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La Venezia bizantina oggi

 

Venezia e Bisanzio ai giorni nostri

Come abbiamo visto in tutti gli articoli precedenti, Venezia e Bisanzio furono intrinsecamente legate tra loro per un lungo periodo di tempo. Ma cosa rimane di propriamente bizantino tra le calli e campielli della nostra amata città? Certamente ci sono due luoghi che più di tutti rappresentato questa simbiosi millenaria, Torcello, sede antichissima della proto Venezia e la Basilica di San Marco, punto focale della Serenissima. Questi sono gli esempi più chiari e nitidi della contaminazione costantinopolitana a Venezia ma non sono gli unici, anzi la città lagunare è costellata di reperti bizantini presi in gran parte durante il sacco della quarta crociata ma anche provenienti da alcuni doni fatti dai vari Imperatori bizantini nel corso dei secoli.

Partiamo allora da Piazza San Marco. La Basilica omonima che impera in questo luogo è di fatto una copia dell’antica chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli. Ovviamente durante i secoli essa cambiò di molto il suo aspetto, specie nella sua parte frontale. La facciata infatti venne decorata richiamando stile arabeschi e orientali forse per ritrarre la storia dell’evangelista Marco e la trafugazione delle sue spoglie mortali da Alessandria. Al centro della facciata troneggia la quadriga, anch’essa parte del grande bottino crociato e anch’essa portata in laguna direttamente dall’ippodromo di Costantinopoli. Le porte bronzee sono molto probabilmente di origine bizantina specie quella di San Clemente, l’antica porta da Mar, situata a sud vicino all’ingresso appunto al mare. Sempre in quella zona è facilmente individuabile il blocco di porfido rappresentante i tetrarchi posto ad angolo tra la chiesa e il Palazzo ducale. Curioso il buco posto sulla fronte di uno degli Imperatori, utilizzato dai Veneziani nel 1204 proprio per riuscire ad asportare la statua senza distruggerla. Vicino ai tetrarchi sono poste, oltre ad una variopinta miscellanea di marmi bizantini utilizzati per decorare quella parte di muro, due colonne di chiara manifattura orientale. Esse infatti, poste in un contesto artistico privo di senso, provengono dalla basilica di San Polieucto in Acri e trafugate dai Veneziani. I motivi floreali che caratterizzano queste due colonne rappresentano motivi sasanidi come le palmette alate e i pavoni, essi sono tra i primi esempi di questa forma artistica in tutto l’occidente.

All’interno della Basilica dorati e rifulgenti mosaici richiamano sapori d’Oriente e sapienti maestranze costantinopolitane, come la pala d’oro che, anche se di fabbricazione venetica, porta nella sua facciata diversi oggetti aurei portati da Bisanzio dopo la quarta crociata. Nel transetto sinistro vi è invece collocato uno degli oggetti più importanti di Venezia e forse tra i più venerati, vale a dire l’icona della Madonna Nicopeia. Quest’ultima, arrivata dopo la quarta crociata e di tradizione tipicamente bizantina, divenne ben presto un oggetto di culto e di venerazione tra le genti del luogo. A lei fu chiesta la grazia contro la peste nel 1630 e contro la siccità del 1820, a lei fu chiesto la protezione per la neonata repubblica del 1848 e la cessazione delle ostilità nel 1918 e 1945. Nel presbiterio vicino si può notare la presenza di colonne istoriate, di tradizione proto cristiana e del periodo costantiniano dimostrando così, per la nascente potenza veneziana, una sorta di continuità tra la Nuova Roma (Costantinopoli conquistata nel 1204) e appunto la città lagunare. Il presbiterio è separato dal resto della Basilica attraverso l’iconostasi ancora oggi molto presente nella struttura basilicale, richiamando ulteriori accostamenti alle chiese orientali.

Uscendo da quello che Napoleone chiamava il salotto d’Europa e muovendosi in direzione Castello, ci troviamo nella chiesa di San Zaccaria. Questo luogo di culto è tra i più antichi di Venezia dato che la sua origine viene data attorno al nono secolo, la sua fondazione infatti è ancora ammantata dalla leggenda. Pare che lo stesso Imperatore bizantino Leone V l’Armeno avesse donato alla città le spoglie del padre di San Giovanni Battista per rafforzare l’amicizia tra Venezia e Bisanzio e per questo i venetici edificarono la chiesa. Secondo altre fonti non documentate, fu proprio questo luogo a detenere le spoglie mortali dei primi dogi. Continuando il nostro viaggio virtuale alla ricerca di reperti bizantini sempre nel sestiere di Castello dove troviamo altre quattro chiese importanti per i nostri fini. La prima per ordine di importanza è la Basilica di San Pietro in Castello, sede patriarcale fino al 1808, non esistono dei suppellettili bizantini veri e propri, anche se un’icona li presente pare dire il contrario, ma è la stessa esistenza della chiesa che dimostra le antiche radici bizantine della città. Questo luogo, dopo Torcello, era l’epicentro della vita religiosa venetica e antico centro della Venezia medievale. I transfughi si rifugiarono qui e diedero poi vita alla città meravigliosa che noi tutti conosciamo. Insomma la chiesa di San Pietro è il primo passo verso l’indipendenza da Bisanzio. Proseguendo ancora per le calli di Castello troviamo le altre due chiese importanti per la nostra ricerca e ognuna di esse detiene un piccolo tesoro bizantino al suo interno. La Basilica di San Giovanni e Paolo espone ancora adesso un’antica icona bizantina portata a Venezia nel 1349, rappresentante una Madonna nera con in braccio il bambin Gesù. Nelle vicinanze di questa è ricordato, in una lastra sepolcrale, pure Alvise Diedo, ossia colui che riuscì a riportare sani e salvi molti Veneziani dalle furie turche dopo la conquista di Costantinopoli. Nell’altra chiesa, quella di Santa Maria Formosa, sempre sita in Castello, troviamo l’icona bizantina chiamata “La Madonna di Lepanto”, probabile opera di Nicolaus Safuris, essa era presente nella galea ammiraglia di Sebastiano Venier durante la battaglia di Lepanto e poi successivamente donata alla chiesa. Nella chiesa di San Francesco alla Vigna, anche se molto più moderna come struttura, un’icona di marmo bizantina vicino all’ingresso sulla parte sinistra impera ad imperitura memoria. Castello non detiene solamente l’antica sede patriarcale, ma pure l’Arsenale, antica fucina d’Europa e sede di capaci maestranze. I leoni che appaiono all’ingresso infatti provengono dall’oriente bizantino, tra loro, quello più conosciuto, il leone del Pireo, non è frutto di saccheggio proveniente dalla quarta crociata ma esso proviene della campagna militare vinta dal Morosini per la conquista della Morea (l’odierno Peloponneso). Il leone però aveva origine più antica; qualche tempo fa furono scoperte delle rune scritte sul corpo del felino marmoreo e riconducibili all’undicesimo secolo, periodo nel quale molti variaghi (nome bizantino degli scandinavi) servivono l’Imperatore di Bisanzio in qualità di mercenari.

Infine, muovendosi nella laguna nord e tornando all’isola che per prima donò i natali a Venezia, troviamo la chiesa dedicata alla Madre di Dio (ora chiamata Santa Maria Assunta) a Torcello. Come abbiamo visto la piccola isola, ora dimenticata e quasi del tutto spopolata, offriva un grande mercato e la chiesa più antica della laguna. Al suo interno vi sono diverse reminiscenze bizantine. La più importante è forse il giudizio universale, un mosaico che comprende tutta la controfacciata. Gigantesco e quasi unico nel suo genere fu commissionato da Venezia nell’undicesimo secolo ed è quasi certa la partecipazione di maestranze bizantine in questo frangente. Il presbiterio, separato anche in questo caso da un’iconostasi, detiene quella che è considerata la pietra miliare della storia veneziana, ossia una lapide, tradotta nel secolo scoro del bizantinista Pertusi, che dimostra l’importanza che ancora godeva Bisanzio nel controllare Venezia nel settimo secolo. Questo è il frammento più importante per raccontare la storia di Venezia nel periodo dell’alto medioevo. Nel catino dell’abside, poi, un altro grandissimo e rifulgente mosaico rappresentante la figura della Madre di Dio, in greco Theotokos, dimostra quanto gli artisti venetici fossero influenzati dell’arte bizantina ancora in quegli anni (siamo nel tredicesimo secolo). Questa chiesa, assieme a quella vicina di Santa Fosca, essendo in una posizione più defilata non ha subito alcuna forma di contaminazione architettonica dovuta alla moda nei secoli, ma si è mantenuta integra con la bellezza e semplicità tipica delle chiese bizantine.

Come abbiamo visto i segni di Bisanzio sono ancora molto presenti a Venezia. Ovviamente per limiti di spazio non ho potuto spaziare su tutte le presenze bizantine presenti nella città ma ho elencato solamente quelle più delineate e specialmente visibili al grande pubblico. Spero che dopo questo breve articolo, il lettore del Gazzettino Illustrato possa recarsi in questi luoghi ed ammirare quanto Venezia abbia di bizantino ancora ai giorni nostri

La quarta crociata

La quarta crociata

Correva l’anno del Signore 1198, Papa Innocenzo III, volenteroso emulatore dei suoi predecessori lanciò quella che gli storici chiamarono quarta crociata. Gerusalemme era ormai caduta nelle mani di Saladino e l’intera cristianità occidentale tentava un suo pronto recupero. Certo la volontà non mancava al nuovo pontefice, il suo appello però non riuscì a raccogliere nessuna testa coronata d’Europa ma solamente signorotti locali intenzionati ad arricchirsi grazie alla nuova spedizione militare. Di fatto quell’ammasso di gente che si trovò pronta a salpare per liberare la terra santa nel 1198 era senza un vero e proprio leader. La persona che raccolse l’eredità di Riccardo Cuor di Leone fu Bonifacio di Monferrato che venne riconosciuto come comandante in capo da parte della Chiesa. I crociati, così, ricercarono un porto dal quale poter imbarcare le proprie truppe per dirigerle verso l’Egitto considerato il vero tallone d’Achille dell’impero mussulmano. Dopo aver scartato diverse città, Bonifacio arrivò a Venezia nel 1201 dove venne accolto felicemente dal doge Enrico Dandolo. La trattativa portò ad un accordo commerciale molto favorevole a Venezia (pare per la grande capacità diplomatica del quasi cieco Enrico Dandolo) che, in cambio della costruzione di un’imponente flotta, ottenne la promessa di 85mila marchi d’argento. Venezia fece la sua parte visto che le galere erano pronte per la data stabilita, qualcosa però non funzionò dall’altra parte, visto che i crociati erano meno di quelli previsti e non erano in grado di pagare la cifra pattuita. La situazione rimase in stallo per qualche tempo visto che Venezia non voleva rovinare i rapporti commerciali con l’Oriente ma allo stesso tempo non poteva permettere che i crociati stazionassero nel suo territorio. Fu un nuovo patto tra Enrico Dandolo e Bonifacio di Monferrato a permettere che la situazione si sbloccasse, i crociati sarebbero partiti presto ma Venezia li avrebbe accompagnati nella guerra santa. Fu così che Enrico Dandolo, grande oratore e abilissimo politico, prese la croce nella chiesa di San Marco gremita dalla gente veneziana raccolta per la messa e dichiarò i suoi intenti; la flotta crociata e quella Veneziana partirono i primi di novembre del 1202 verso l’Egitto. La missione però, al posto di recarsi immediatamente in Oriente, fece una sosta “armata” nella città di Zara, ribelle a Venezia da qualche tempo, che venne messa a ferro e fuoco e riconquistata dalla Serenissima. Il Papa, saputo dell’accaduto, scomunicò immediatamente la crociata, i baroni francesi risposero di essere sotto il controllo obbligato dei Veneziani ed erano impossibilitati ad agire autonomamente, così Innocenzo tolse la scomunica ai crociati lasciandola solamente ai lagunari. Enrico Dandolo non penso minimamente a fermarsi e continuò la sua rotta verso l’Oriente grazie pure ai suoi contatti con un altro scomunicato, ossia Filippo di Svevia, il quale era imparentato con un Imperatore di Bisanzio decaduto e come vedremo molto importante per i risvolti futuri della quarta crociata, Alessio IV. Questo personaggio era figlio di Isacco II, Imperatore bizantino detronizzato da una congiura di palazzo, si era recato dai crociati per chiedere loro aiuto per riottenere il regno. In cambio offriva un contingente di soldati per la crociata, la riunificazione delle Chiese dopo lo scisma del 1054, e grandi privilegi commerciali a Venezia. Il Papa venuto a conoscenza di queste nuove trattative tolse la scomunica ai Veneziani che così furono liberi di agire come avrebbero voluto. Dandolo fu felicissimo da poter garantire ulteriori spazi commerciali alla propria città e così convinse il resto dei generali a deviare la crociata a Costantinopoli. La capitale dell’Impero non accolse amorevolmente il nuovo Imperatore e i Veneziani furono costretti a combattere per aprirsi una breccia nelle mura della città. Questa però non fu l’unica sorpresa che accolse i crociati e Veneziani a Bisanzio, Alessio IV infatti, anche se eletto co-imperatore con il padre cieco Isacco II, tentò di mantenere le promesse ma né la Chiesa ortodossa né la gente comune voleva scendere a patto con i latini. Una congiura ordita da Alessio, chiamato poi Morzulfo, andò a buon fine e sia Isacco II che Alessio IV furono uccisi e Alessio divenne Alessio V, nuovo imperatore di Bisanzio. Appena salito al trono egli dichiarò che non avrebbe mantenuto le promesse fatte ai crociati e ai Veneziani. La spedizione latina però non volle tornare in patria a mani vuote e così si organizzò per la conquista della città. Una lettera inviata dal Papa che conteneva la scomunica alla truppa nel caso di conquista di Costantinopoli venne intercettata dai Veneziani e sequestrata. Si decise quindi di attaccare la Nuova Roma e successivamente alla conquista ci si accordo affinché sei Veneziani e sei crociati avrebbero poi eletto l’Imperatore del nuovo Impero latino d’Oriente. Se l’eletto imperiale fosse stato Veneziano allora il patriarca sarebbe stato crociato e viceversa. Con questo patto politico, la spedizione militare attaccò la capitale imperiale. Il primo attacco avvenne il 9 aprile 1204 ma fu quello del 12 dello stesso mese ad avere successo grazie ad uno stratagemma Veneziano che permise la conquista della “Città”. Nessuno prima d’ora era riuscito in questo intento dalla data della fondazione di Costantinopoli nel 330, l’orda penetrò le mura teodosiane e saccheggiò la città per 14 giorni. I Veneziani non si tirarono indietro, ma a differenza dei Francesi conoscevano le cose di valore e se ne impossessarono in grande quantità addobbando poi la loro città al ritorno in laguna.

Una volta terminato il saccheggio e la distruzione di moltissime e inestimabili opere d’arte, i Veneziani bocciarono la nomina di Bonifacio di Monferrato come nuovo Imperatore d’Oriente e puntarono invece la loro elezione verso il barone Baldovino di Fiandra che venne incoronato a Santa Sofia il 16 maggio 1204. Per i patti precedenti venne eletto un patriarca latino Veneziano Tommaso Morosini. I territori dell’Impero bizantino vennero divisi in quattro parti: una parte all’Impero latino e quindi a Baldovino, una parte al marchese di Monferrato, una parte ai principi e ai baroni Franchi e l’ultima a Venezia. La Serenissima riuscì ad imporre tutte le sue scelte in materia territoriale ottenendo scali commerciali importantissimi come Candia, Eubea, numerosi porti nel Peloponneso e un nuovo quartiere Veneziano nella città di Costantinopoli con la successiva espulsione di tutti i rivali commerciali della repubblica. Enrico Dandolo fu insignito della carica di “Signore di un quarto e mezzo dell’Impero Romano d’Oriente” e fu il vero vincitore politico della quarta crociata. Il cronachista Goffredo di Villehardouin lo descrisse così : « un vecchio gigante che ha ancora la forza di galoppare, per affrontare con la sua abituale fierezza, anche l’ultimo nemico:la morte. ». Il doge non tornò mai più a Venezia e rimase a Costantinopoli per difenderla dai Bulgari nell’assedio del 1205, all’età di 95 anni, quasi totalmente cieco morì e fu sepolto nella chiesa di Santa Sofia dove ancora le sue spoglie mortali risiedono.

Grazie a questa conquista Venezia divenne potentissima, il guadagno monetario fu inestimabile ma è il rafforzamento militare e commerciale nel levante bizantino che permise il decisivo salto di qualità. Venezia divenne così un punto di riferimento per tutt’Europa e così vi rimase fino almeno al XVI secolo, grazie, in gran parte, alla conquista di Costantinopoli. Non si hanno notizie certe riguardo le possibili colpe da parte di Venezia, sta di fatto però che fu Enrico Dandolo il fautore di tutto questo, pare, almeno secondo la leggenda, per via dei pessimi rapporti che aveva avuto quando era ambasciatore presso Bisanzio. Quell’esperienza fu traumatica per il Dandolo tanto da perdere quasi totalmente la vista per via di un diverbio con l’Imperatore. Piace ricordarlo così, un po’ uomo, un po’ leggenda, ma soprattutto un grandissimo politico.

Le crisobolle e il commercio veneziano a Bisanzio

Le crisobolle e il commercio veneziano a Bisanzio

Attorno all’anno mille le strette relazioni tra Venezia e Bisanzio si erano notevolmente allentante. La città lagunare, ormai, aveva iniziato quel lento ma continuo processo di emancipazione dall’Impero che si accentuò durante il governo del doge Pietro II Orseolo. Nel 992, una missiva veneziana spedita a Costantinopoli agl’imperatori Basilio II e Costantino VIII, lamentava i dazi eccessivi imposti ai mercanti lagunari e ne chiedevano se non la cancellazione, almeno l’alleggerimento. Gli Imperatori Basilio II e Costantino VIII nel marzo del 992 inviarono in laguna dei funzionari che portarono una crisobolla, ossia una donazione commerciale da parte dell’Imperatore verso gli alleati più fedeli, contenente dei privilegi commerciali a Venezia. Le concessioni rispondevano positivamente alle richieste veneziane, specie nel porto di Costantinopoli dove la corruzione dei burocrati imperiali era maggiore. In cambio gli imperatori speravano che la stessa Venezia si rivelasse alleata fedele specie in materia militare. Venezia dimostrò subito la sua ferma volontà di adempiere al trattato, lo stesso doge salpò con una grande flotta il giorno della Ascensione dell’anno 1000 con l’obbiettivo di estirpare la piaga dei pirati dalmati. La spedizione si rivelò un grande successo, gli slavi si sottomisero e i pirati furono vinti in maniera definitiva, lo stesso Pietro II Orseolo assunse il titolo di Dux Dalmaticorum che venne aggiunto a quello di Dux Veneticorum. Gli ottimi rapporti che si erano instaurati tra Pietro II Orseolo e Basilio II, permisero un’ulteriore passo avanti verso la politica imperiale in Italia, infatti la flotta veneziana fu richiesta per liberare Bari dall’assedio arabo. Anche in questo caso, l’operazione riuscì perfettamente e l’Imperatore bizantino ricompensò lautamente il doge dando in sposa una nobil donna bizantina a suo figlio Giovanni. La morte di Pietro e del suo erede, avvenuta nel 1008, non sfasciò i rapporti cordiali che si erano instaurati; scambi diplomatici avvennero sotto i dogati di Domenico Flabanico, Domenico Contarini e nei primi anni di Domenico Selvo. La situazione rimase immutata fino all’arrivo della dinastia dei Comneni a Bisanzio.

La crisobolla di Alessio I Comneno, e la nascita dell’espansione commerciale veneziana in Oriente

Alessio I Comneno divenne Imperatore di Bisanzio in un momento difficile. I Turchi avevano conquistato quasi tutti i domini orientali mentre i Normanni quelli in Italia. L’imperatore chiese aiuto a Venezia affinché potesse bloccare i Normanni con loro flotta militare. Anna Comnena, figlia dell’Imperatore ma pure abile e dotta storica, ci narra l’invio di alcuni emissari nella città lagunare promettendo grandi guadagni commerciali se i Veneziani avessero distrutto i Normanni. La proposta allettò i Veneziani per via della prospettiva di grandi guadagni commerciali, inoltre una richiesta d’aiuto era giunta in laguna dalla colonia venetica di Durazzo. Una potente flotta salpò al comando del Doge Domenico Selvo che riuscì a vincere assieme alle truppe imperiali stanziate vicino a Durazzo, guidate dal Paleologo. I Veneziani vennero ricompensati con una nuova crisobolla che venne donata da Alessio I Comneno al doge, rimarcando il sodalizio e concedendo notevolissimi vantaggi commerciali. Vennero concessi titoli nobiliari, forti somme di denaro, delle proprietà e la cosa più importante l’esenzione dei dazi commerciali. Si veniva così a creare la prima colonia veneziana in seno a Costantinopoli. La stessa Anna afferma che “la maggior concessione fu l’aver reso il loro commercio esente da imposte in tutte le regioni soggette all’impero dei Romani, così che essi poterono liberamente esercitarlo a loro piacimento senza dare neppure un soldo per la dogana o per qualsiasi altra tassa imposta dal tesoro, in modo da essere al di fuori da ogni altra autorità romana”.

Venezia e Manuele Comneno, crisi nei rapporti diplomatici

Giovanni, figlio di Alessio, divenne il nuovo Imperatore e Venezia inviò subito un’ambasciata per chiedere il rinnovo dei privilegi commerciali. I mercanti lagunari si erano accorti di quanto potesse essere vantaggioso e florido quel mercato e tale era la ricchezza che avevano incamerato in poco tempo che loro stessi divennero superbi tanto che “trattavano alle stessa maniera un cittadino e un servo”. Giovanni, quindi, decise di congelare la crisobolla donata dal padre, visto pure il fastidioso comportamento tenuto dai Veneziani a Costantinopoli. All’inizio Venezia non reagì, ma colse l’occasione quando Baldovino II re di Gerusalemme chiese aiuto per difendere il regno latino in Palestina. Venne inviata una grande flotta con a capo lo stesso doge Domenico Michiel, che levò le ancore l’agosto del 1121 con a bordo quindicimila uomini. L’esercito veneziano tentò un primo attacco all’isola di Corfù, di proprietà imperiale, ma non riuscì nella cattura della cittadella difesa dai soldati bizantini, proseguì poi per la terra santa, dove invece ottenne diversi successi. Nel 1124 ritornò presso le coste bizantine e colpì nuovamente, Rodi venne saccheggiata, così come Chio, Samo, Lesbo e Andro, le scaramucce durarono fino alla primavera seguente quando la flotta ritornò a Venezia. Nell’agosto del 1126 si arrivò ad un accordo tra le parti. La base della trattativa rimase la crisobolla di Alessio, almeno per quanto riguarda i diritti commerciali, ma venne integrata con degli obblighi che i veneziani dovevano rispettare nei confronti di Bisanzio e così venne siglata la riappacificazione.

Manuele I Comneno, il terzo della famiglia in ordine temporale, divenne imperatore di Bisanzio dopo la morte del padre l’8 aprile del 1143. Anche il nuovo basileus non rinnovò la crisobolla con i veneziani, ma pare non ci sia stata alcuna rappresaglia da parte veneziana. Manuele chiamò i Veneziani in funzione anti normanna, come aveva fatto il nonno prime di lui, il doge rispose subito alla richieste allestendo una flotta. La nuova crisobolla donata da Manuele concepiva, oltre alle già pregresse concessioni commerciali, un ampliamento del quartiere veneziano a Costantinopoli e un nuovo scalo marittimo. In cambio Venezia si impegnava a garantire una flotta che avrebbe aiutato l’Impero. Nel 1167 Manuele, ottenne una importante vittoria su Stefano III d’Ungheria; la Dalmazia, la Croazia, la Bosnia e Sirmio con tutto il suo territorio, passarono sotto il controllo imperiale rafforzando così l’egemonia di Bisanzio nella penisola balcanica. Questo fatto allarmò Venezia che considerava proprio il controllo sul litorale adriatico e cambiò politica estera avvicinandosi ai Normanni. Quando arrivarono gli ambasciatori imperiali il doge rifiutò l’aiuto richiesto da Manuele. La situazione rimase abbastanza incerta fino al 12 marzo del 1171 quando l’imperatore ordinò l’arresto di tutti i veneziani residenti nell’Impero con il conseguente esproprio dei loro beni. La reazione non si fece attendere, Venezia armò una potente flotta con a capo Vitale Michiel che conquistò velocemente diverse postazioni sulla costa bizantina. Manuele mandò degli ambasciatori per temporeggiare e vi riuscì così bene che i veneziani caddero nella trappola e dovettero ritornare in patria a mani vuote. L’Imperatore era riuscito così a liberarsi dei lagunari che però, mai domi, tentarono ogni possibile altra carta politica per riuscire a ricostruire la loro egemonia commerciale. Dopo vari tentativi non riusciti, i veneziani firmarono con il re di Sicilia un’alleanza e questo smosse Manuele che, nel 1179, accettò i negoziati.

Le crisobolle ottennero di ampliare enormemente l’influenza veneziana a Costantinopoli e in molte altre città dell’Impero. Quelle che dovevano essere misure temporanee per contrastare il gravissimo stato in cui versava il territorio bizantino, divennero di fatto territori indipendenti gestiti dai latini all’interno dei confini imperiali. L’odio, specie a Costantinopoli, verso lo straniero che si era arricchito alle spalle dei cittadini della Nuova Roma, portò allo scoppio di rivolte con successive ondate anti latine che si concretizzarono violentemente con il governo di Andronico Comneno. I Veneziani non dimenticarono il trattamento ricevuto e da li a pochi anni conquistarono il decadente Impero bizantino saccheggiandone la capitale e depredandola da enormi ricchezze. Questa razzia legalizzata passò alla storia come Quarta crociata, questo però sarà spiegato nella prossima puntata.

La Venezia bizantina

La Venezia bizantina

“Non abbiamo dimenticato il vostro santo governo, sotto il quale un tempo abbiamo vissuto in pace ed al quale, con l’aiuto del Signore, con tutte le forze aspiriamo tornare”. (Sinodo vescovi Venetia et Histria 590, messaggio a Maurizio Imperatore)

Questo lanciato dai Vescovi della Venetia et Histria, era una straziante richiesta d’aiuto, non tanto dal giogo barbarico imposto dai Longobardi, almeno non solo, bensì dalla diatriba cristologica che si era venuta a creare in quelle terre. La chiesa a quel tempo non viveva di tranquillità ecumenica ma era sconvolta da diverse correnti di pensiero che la flagellavano in diverse forme. Non era immune neppure la nostra bella ma ancora aspra seconda Venezia. A differenza però di tutta l’entroterra, la piccola comunità lagunare aveva deciso di stare con l’Impero e si seguire la stretta osservanza in materia di fede dimostrando oltre ad un attaccamento alla Roma d’Oriente, pure una voglia di demarcazione netta con il resto dell’entroterra. La frattura quindi, divenne irreversibile, anche se lo scisma rientrò verso la fine del VII secolo lasciando due patriarchi rivali, uno a Grado sotto il controllo imperiale, e uno ad Aquileia sotto il governo longobardo. Nel 616, Concordia venne conquistata e anche in questo caso la popolazione si spostò verso le più sicure lagune con il proprio vescovo, fondando la nuova città di Caorle che divenne la sede vescovile.

Il governo di Maurizio, venne violentemente interrotto dall’usurpatore Foca che per poco non fu l’ultimo imperatore a sedersi sul trono di Salomone. Per grazia divina si fece largo, tra le genti di Cartagine, un uomo dalla lunga e bionda barba chiamato Eraclio, che, durante il suo lungo regno, vinse definitivamente i Persiani e recuperò la vera croce precedentemente rubata da quest’ultimi a Gerusalemme. Eraclio, il vittorioso, il pio, il glorioso, ebbe però poco tempo per aiutare la parte occidentale. La sua attività in laguna è riconducibile a ben poca cosa, di certo è da ricordare il cambio di nome dell’antica città di Melidissa a Heraclia in onore di se stesso.

Bisanzio, comunque, non lasciò indifesi i propri sudditi, tanto che la politica attiva di Gregorio, un alto ufficiale imperiale, permise di mantenere Oderzo come caposaldo nel mare longobardo. Nel 639 le cose cambiarono ancora; il nuovo re Rotari lanciò una nuova e robusta campagna militare che portò alla conquista della Liguria, della terraferma veneta e portò poi alla distruzione delle città di Oderzo e di Altino. Come per le altre città, le popolazioni emigrarono verso le lagune e il vescovo Magno si trasferì ad Heraclia, nuova sede scelta dai bizantini per difendere gli ultimi brandelli di territorio. Gli abitanti di Altino invece si stabilirono nell’isola di Torcello insieme al loro vescovo. Nel 640, il governo di Bisanzio fece erigere una chiesa bellissima ed importante: la cattedrale di Santa Madre di Dio a Torcello. L’ordine fu dato dall’esarca Isacio, dall’Imperatore Eraclio e dal magister militum Maurizio che governava quelle terre per conto dell’Impero. Un’iscrizione nella chiesa dedicata a Santa Maria Madre di Dio (Torcello) dice che venne fondata nel ventinovesimo anno di Eraclio per ordine dell’Esarca Isacco a ricordo dei suoi successi e di quelli del suo esercito. La costruzione è portata a termine da Maurizio il locale Magister Militum e consacrata dal vescovo Mauro. Questa iscrizione marmorea dimostra due cose: la prima testimonia sicuramente la effettiva nascita di Venezia, la seconda invece cancella le patriottiche date dei natali della città lagunare del VI secolo. Il legame tra Venezia e Bisanzio in quegli anni era ancora fortissimo e la provincia Venetiarum era ancora parte integrante dell’immenso impero d’Oriente e i suoi capi rispondevano direttamente a Ravenna.

La costruzione di questa grandiosa chiesa dimostrava il lento scivolamento delle istituzioni imperiali verso la laguna aumentando così l’importanza dell’isola di Torcello. La lenta traslazione continuò anche negli anni seguenti quando tra il 740 e il 742, la capitale del dogado venetico passò da Eraclea a Malamacco sancendo così il completo distaccamento dalla terraferma. Il definitivo spostamento a Rivoalto avvenne però solamente nel nono secolo durante le lotte tra Carlo Magno e Bisanzio per il controllo di quelle zone. La crescita lenta ma costante della popolazione nelle isole lagunari è testimoniato pure dallo storico di riferimento, Giovanni Diacono che le descrive tutte nel dettaglio. La prima Grado, viene enumerata tra le isole anche se di fatto risiedeva nella terraferma, viene descritta come città inaccessibile protetta da possenti mura, ricca ed opulenta come lo era l’antica capitale della grande Venezia, Aquileia. Grado è per lo storico venetico la nuova capitale del ducato “cosicché essa è generalmente nota come la capitale e la metropoli della nuova Venezia”. La seconda isola è Bibione. La terza isola è quella di Caprola, l’odierna Caorle, dove il vescovo di Concordia portò la sua chiesa dopo essere scappato dalla lame longobarde. La quarta isola è quella di Eraclea, Giovanni Diacono afferma che sia stata costruita dall’Imperatore stesso ma al tempo desueta e ricostruita dai venetici. La quinta isola è quella di Equilo, l’odierna Jesolo, dove altri profughi vi trovarono dimora dopo la distruzione di Oderzo ed ottennero pure un nuovo vescovado. La sesta isola è quella di Torcello. La settima isola è quella di Mureana, l’odierna Murano. L’ottava isola è quella di Rivolato dove il nostro storico piazza già il vescovado e grande ricchezza, ovviamente sbagliando di qualche secolo. La nona isola si chiama Metamauco, l’odierna Malamocco, la quale, alla pari di Torcello, godeva di grandi difese naturali essendo inaccessibile via terra e difficilmente raggiungibile via mare. La decima è Popilia, l’odierna Poveglia, un’isola fortificata a difesa di Malamocco. Infine le ultime due, l’undicesima e la dodicesima che formavano l’odierna Chioggia ma al tempo erano divise tra minore (odierna Sottomarina) e la maggiore (odierna Chioggia). Appare chiaro quindi un panorama ben strutturato nella laguna, ma non solo, visti pure i riferimenti terrestri di Giovanni Diacono riguardo i domini venetici (o ancora imperiali) nel litorale.

Dal nono secolo, con la costituzione del ducato e i contemporanei grossi problemi militari che affliggevano Bisanzio, la seconda Venezia ebbe la possibilità di emanciparsi lentamente ma inesorabilmente. L’Impero la inquadrò nella sua area geopolitica durante lo scontro con Carlo Magno e la difese dalle pretese di Pippino, ma fu l’ultimo vero intervento armato da parte di Bisanzio nelle lagune venetiche. Da quella data in poi la seconda Venezia, che da ora in poi chiameremo semplicemente Venezia, si distaccò dalla sua madre e come una giovane e bella figlia si emancipò rendendosi protagonista di una lunga storia che la portò a divenire una delle città più importanti del mondo.

La famiglia Dandolo

La famiglia Dandolo

La famiglia Dandolo è tra le più antiche e più importanti gens della Repubblica di Venezia. Secondo la leggenda, che ammanta ancora le loro origini, pare che provenissero dalla romana Altino e grazie alle grandi migrazioni longobarde, abbiano abbandonato le antiche terre per muoversi a Torcello per poi stabilirsi definitivamente a Rialto. La storia dei Dandolo è intrecciata a quella di Venezia sin dagli albori visto che questa potente famiglia faceva parte delle famiglie apostoliche che elessero il primo doge Anafesto nel 697. Come abbiamo già visto nel primo articolo gran parte di queste notizie sono legate solamente alla leggenda, ma è importante notare come i Dandolo fossero già protagonisti della proto Venezia e quanto fossero già una famiglia ben presente nello scacchiere politico veneziano.

Dal punto di vista storico, invece, le prime apparizioni documentali sono riconducibili al periodo della dinastia degli Orseolo (XI secolo). Il primo Dandolo che appare nei documenti è un tal Orso, e tra i loro possedimenti erano già presenti diverse saline – talune presenti nella stessa città a Dorsoduro – terreni coltivati, terreni silvestri presenti nelle isole e in terraferma nonché una discreta quantità di abitazioni. Nell’anno 1000, Ottone Dandolo fu incaricato alla costruzione del primo ponte di Rialto, suo figlio vent’anni dopo portò in patria dall’Oriente le spoglie di San Tarasio, patriarca di Costantinopoli che fu poi sepolto nella chiesa di San Zaccaria. Un altro Dandolo partecipò alla guerra contro Zara, guidata dal doge Contarini, di nome Daniele, figlio di Domenico, parente del futuro Enrico Dandolo, mentre nel 1055 Buono fu inviato assieme a Domenico Selvo a rinnovare i trattati commerciali con l’Impero germanico retto da Enrico III. Domenico Dandolo combatté la battaglia contro i Normanni per la conquista di Durazzo e fu egli stesso che, con Andrea Michiel e Jacopo Orio, ad annunciare all’Imperatore di Bisanzio, Alessio I, la grande vittoria da parte della flotta veneto-bizantina contro quella capitanata dal Guiscardo.

Il patto di Bari siglato nel 1122 ci delinea un quadro storico riguardante tutte le famiglie importanti di Venezia e dimostra, una volta ancora, la forza politica dei Dandolo visto che ben quattro di loro vi figurano. Domenico, Giovanni, Enrico e Orso sono tra i firmatari, mentre nel ducato venetico un altro Dandolo sedeva sul più importante seggio ecclesiastico, Domenico, figlio di Enrico, divenne patriarca di Grado nel 1130. Buono, un altro della famiglia, divenne giudice della contrada di San Luca, centro del potere dei Dandolo, mentre Enrico, futuro conquistatore di Costantinopoli, prendeva parte alla stesura degli statuti civili veneziani redatti a Rialto nel 1164. Nel 1156 Marco acquistò la signoria di Gallipoli, Andrea divenne bailo a Negroponte, Marino invece venne nominato provveditore in Levante.

Nel 1192 iniziò la grande avventura di Enrico Dandolo, conquistatore di Costantinopoli. Era nato a San Luca, suo padre si chiamava Vitale mentre suo zio era patriarca di Grado. Ebbe due mogli, la prima pare si chiamasse Felicita Bembo, figlia di Pietro procuratore di San Marco, la seconda invece fu Contessa, della casa dei Monotto. Ebbe quattro figli: Marino, Ranieri, Vitale e Fantino. Il secondo avrebbe fatto da vice doge durante l’assenza del padre a Costantinopoli, il terzo comandò la flotta crociata mentre Fantino divenne il secondo patriarca latino della capitale bizantina. Enrico Dandolo come abbiamo già ricordato nell’articolo precedente divenne il conquistatore di Bisanzio e le sue gesta portarono grande felicità a Venezia e in tutto l’Occidente. La famiglia Dandolo aumentò notevolmente il suo potere sia in patria sia nelle nuove colonie specie dopo l’approvazione della Serrata del Maggior Consiglio dove il patriziato divenne di fatto ereditario, la parte del leone su questa vicenda la fece proprio il doge Giovanni Dandolo che rappresentava la parte più antica della nobiltà venetica. I Dandolo, aumentarono i loro influsso politico visto la loro diffusione in tutta Venezia; vi erano Marcus, Andrea, Giovanni fratello di Paolo a San Marco, a Cannaregio Jacopo e Marino, a San Polo Filippo, Giovanni, Leonardo e Jacopo. Secondo una ricerca fatta da Stanley Chojnacki tra il 1290 e il 1379 i Dandolo avevano questa collocazione: secondi come consistenza numerica in Maggior Consiglio, quinti per cariche rivestite, decimi per ricchezza. Il ‘300 fu sicuramente il periodo d’oro per l’intera famiglia Dandolo mentre già nel XVI non risultarono più tra quelle più facoltose, infatti il loro numero era sceso ad appena ventuno.

Tornado alla storia dei Dandolo, li troviamo partecipi alla pacificazione dell’isola di Creta nel ‘300 quando fu nominato duca di Candia, Jacopo da San Giovanni Nuovo, figlio di Filippo Dandolo nel 1240. La situazione però non si attenuò tanto che la Serenissima inviò nuovamente un altro contingente nel 1252 tra i quali spiccava un altro Dandolo, Giovanni da San Salvatore.

I Dandolo presero parte pure alla guerra contro Genova tra cui ricordiamo Gilberto che vinse diverse battaglie contro Genova e divenne famoso per la battaglia dei Sette Pozzi. Dandolo si lanciò alla testa della sua squadra al grido “Dio e Monsignor San Marco!” vincendo e sbaragliando la flotta nemica anche se in minoranza numerica. Un altro Dandolo, il già citato Ranieri, darà il suo contributo alla lunga ed estenuante guerra con Genova catturando ben cinque navi pisane e otto genovesi. Altri Dandolo combatterono ancora contro la Superba specie nella battaglia di Laiazzo (1294) e su altri fronti, Marino divenne podestà di Treviso nel 1222 anche se ucciso a Mestre appena un anno dopo, un Giacomo, ammiraglio, vinse una grande battaglia contro i Genovesi a Malvasia catturando il capo nemico Pietro Grimaldi, Marco Dandolo nel 1277 trasportò il corpo di San Teodoro seppellendolo poi nella chiesa di San Salvatore.

Nel 1329 divenne doge un altro Dandolo, Francesco che apparteneva allo stesso ramo di Enrico e aveva un buffo soprannome “Cane”, anche se non apparteneva al ramo della famiglia di San Fantin la quale portava nel suo stemma proprio questo animale. Fu un letterato ma anche un grande politico, riuscì a non far sfigurare Venezia nelle battaglie contro i Turchi e di portare Treviso in seno alla Repubblica. Nel 1343 un altro Dandolo, Andrea “Cortesan”, venne eletto Doge. Fu amico di Petrarca e ricordato per via della sua abilità letteraria – prese un dottorato a Padova ed era Professore di diritto nell’ateneo patavino – scrisse infatti parte della storia di Venezia, conosciuta come “Cronaca”.

Come si è detto precedentemente la famiglia nel XVI secolo era quasi totalmente sparita e aveva perduto gran parte della sua importanza fino a sparire completamente nel XIX secolo. Nel 1796 nacque Girolamo di Silvestro, un Dandolo, che come i suoi illustri parenti amava la cultura. Nel 1816 entrò nell’archivio di Stato. Non partecipò ai moti del ’48 per via dei legami che univano i Dandolo alla corona austriaca, ma partecipò gli anni successivi alla stesura del libro La caduta della Repubblica di Venezia e i suoi ultimi cinquant’anni. Fece così come i suoi illustri avi parte di quel gruppo di intellettuali che vergarono sapientemente la storia di questa straordinaria città.

Nel 1827 ricordiamo Pietro Dandolo di Alvise del ramo di San Tomà che cedeva ad un antiquario la spada del grande antenato Enrico trasmessa dalla madre Maria, sancendo la fine di questa grande e longeva famiglia. Da Ottone Dandolo fino a Girolamo, direttore dell’Archivio di Stato di Venezia, i Dandolo fecero parte della storia di Venezia per quasi mille anni lasciando un profondo solco nella memoria degli storici e di tutta la città. Tanto importante fu la memoria di Enrico Dandolo che il Comune di Venezia gli dedicò una lapide nella zona dove pare fosse nato, ossia vicino la riva del Carbon, oggi palazzo Farsetti. Pure le effigi sono ben chiare ancora oggi a Venezia, oltre al suo ritratto nella sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale, ci sono pure le opere che lo immortalano dipinte da Tintoretto e Aliense. Un’altra testimonianza è presente in quello che oggi la hall dell’Hotel Danieli, infatti possiamo ammirare un dipinto che richiama il doge Dandolo vestito da crociato intento a guidare l’assalto alle mura di Costantinopoli. I Dandolo quindi fecero parte della grande storia di Venezia, dagli albori alla sua caduta. E’ strano, o forse un segno del destino, che una volta tramontata questa famiglia, così partecipe alla vita della Serenissima, pure la gloriosa, stanca e violentemente cambiata città lagunare stiano declinando inesorabilmente.

L’impero veneziano

L’Impero Veneziano

I Veneziani della Romània, ossia come loro stessi chiamavano i domini nell’Impero bizantino, erano straordinariamente felici dopo la conquista di Bisanzio e straordinariamente grati al loro illustre doge Enrico Dandolo. Gli accordi erano molto chiari e prevedevano sempre un contrappeso veneziano nel potere crociato. Se l’imperatore del nuovo Impero fosse stato crociato allora il patriarca di Costantinopoli sarebbe dovuto essere Veneziano ed il contrario. La suddivisione dell’impero bizantino avveniva in base all’accordo firmato tra tutti e contemplava tre ottavi dell’intero territorio che apparteneva a Bisanzio. Il novantenne doge riuscì poi a sottrarre un’importantissima isola, vitale per il futuro sviluppo del commercio veneziano nell’Egeo e nel Mediterraneo, vale a dire l’isola di Creta. Essa apparteneva a Bonifacio che però la voleva vendere ai rivali Genovesi. Così, il doge Veneziano, grazie alla sua indubbia capacità politica, riuscì a convincere il Marchese a farsela dare proponendo un’offerta maggiore ai rivali e ottenendola nell’agosto del 1204. Dandolo pagò a Bonifacio ben 1000 marchi sapendo però che una volta giunti a Creta i lagunari avrebbero dovuto conquistarla militarmente. Nel settembre del 1204, Veneziani e crociati, si incontrarono per rendere operative le suddivisioni precedentemente accordate. Venne costituita una commissione di dodici Veneziani e dodici crociati con il compito di redigere un nuovo trattato che avrebbe integrato quello già sottoscritto in marzo. Solo i lagunari conoscevano bene la zona e il concordato assegnò loro valenti zone commerciali, la capitale poi venne divisa tra imperatore e doge, spettò così a Baldovino i cinque e a Dandolo i tre ottavi della stessa. Ai Veneziani andarono poi le terre da Adrianopoli al mar di Marmara e a ovest fino a Gallipoli, ai crociati quello che rimaneva. Nella penisola balcanica tutti i territori a sud di Durazzo fino a Naupatto, sul Golfo di Corinto, nonché le isole ionie di Corfù Leucade, Itaca, Cefalonia e Zacinto, e la parte occidentale del Peloponneso, fino ai porti di Modone e Corone. I Veneziani poi rivendicarono l’isola di Eubea, meglio conosciuta come Negroponte, l’isola di Salamina, Egina e Andro. L’accordo siglava di fatto la nascita del nuovo Impero lagunare visto che prevedeva andasse ai Veneziani gran parte della costa dalmata, la costa occidentale della Grecia e le isole che poi sarebbero tornate utilissime per gli scali commerciali fra Venezia e Costantinopoli.

Il primo giugno dell’anno 1205, un anno dopo la conquista di Costantinopoli, però, l’artefice dell’impresa Enrico Dandolo morì combattendo i Bulgari che assediavano Bisanzio e volle essere sepolto nelle terre della Romània, affinché le sue gesta fossero ricordate ad imperitura memoria. Dopo la sua morte i Veneziani elessero un nuovo capo, Marino Zeno, che per primo adottò il titolo di podestà e signore dei tre ottavi dell’Impero di Romània. La sua nomina venne rettificata dai suoi funzionari e pare che si ventilasse addirittura l’idea di uno spostamento della capitale da Venezia a Costantinopoli. Nell’ottobre del 1205 il podestà firmò un protocollo di intesa con la madrepatria che obbligava tutti i nuovi territori alla piena e completa sottomissione alla repubblica. Nel 1207 fu inviato, a sostituire lo Zeno, Ottaviano Quirino con un nuovo testo che regolamentava la comunità veneziana a Costantinopoli. Ora pure il podestà dipendeva dal voto di maggioranza del consiglio in madre patria, tutta la comunità era modellata sullo stessa riga di Venezia, con i suoi giudici, tribunale e il suo tesoro. Il podestà quindi governava su una grande fetta dell’antica capitale bizantina, molto più grande di quella concessa loro dai Comneni un secolo prima. Allo stesso tempo il governo veneziano di Romània pian piano estrometteva tutti i possibili concorrenti commerciali dalla città, personificati in gran parte dai commercianti Pisani e Genovesi.

La conquista di Creta però ricoprì un’importanza assai superiore in ottica futura, visto che l’isola rimase di proprietà venetica per oltre quattro secoli e sopravvisse pure alla riconquista bizantina di Costantinopoli, con la conseguente scacciata dei Veneziani da quelle terre. Ci vollero diversi anni affinché la situazione si stabilizzasse e soprattutto ci vollero diversi interventi militari da parte di Venezia per portare a termine una vera e propria colonizzazione di Creta. Inoltre i Genovesi si erano inseriti nella battaglia politica rendendo le cose ancora più difficili. Nel 1212 l’isola venne divisa in sei diversi feudi, così come lo erano i sestieri a Venezia. Per ogni sestieri lagunare vi era un corrispettivo candiano e la repubblica incentiva l’emigrazione verso quelle terre, regalando tenute e proprietà con l’obbligo di difenderle dagli attacchi dei nemici. Un solo territorio rimaneva sotto il diretto controllo della Repubblica ed era la città di Candia con le sue periferie. L’isola venne amministrata come la città lagunare, ossia con a capo un duca il quale era nominato dal Maggior Consiglio, coadiuvato da due consiglieri. Gran parte delle decisioni però venivano prese dal Maggior Consiglio di Candia composto da tutta la nobiltà greca e veneziana dell’isola. Gran parte delle magistrature erano molto simili a quelle della madrepatria anche se vi era una certa differenza etnica, visto che quelle più importanti andavano a favore dei Veneziani mentre quelle minori agli indigeni. La parità invece era garantita per quanto concerne la fede religiosa.

Anche se il sistema così all’avanguardia per quel periodo (l’Inghilterra organizzò il suo sistema coloniale, sotto certi aspetti, in maniera molto simile) prometteva bene, la situazione degenerò velocemente tanto che la Serenissima tolse ogni potere amministrativo ai delegati dell’isola dopo la grande rivolta del 1363. Da quella data in poi fino al 1669, anno della conquista da parte dei Turchi (dopo ben 22 anni di assedio), Creta rimase un dominio veneziano solido e prosperoso che permise ai Veneziani di tenere ben saldo il suo controllo sui commerci in medio Oriente.

Venezia, almeno fino al crollo della “sua creatura” ossia l’Impero latino d’oriente, riuscì a mantenere una sorta di monopolio su tutto il commercio europeo con l’Oriente. Grazie alla conquista della capitale bizantina, la Serenissima, poté riempire le sue casseforti di oro e la sua città di ricchezze architettoniche di ogni genere. Il suo nuovo impero prosperò per quasi un secolo e poi, nel quattordicesimo secolo, inizio quel lento declino che portò alla perdita prima di Costantinopoli (1261) e di tutti i territori limitrofi: gli “occhi della Repubblica” Modone e Corone(1500), Cipro (1573), Candia (1669), Morea (1715), Corfù (1797).

Anche se il ’500 veneziano viene normalmente considerato l’ultimo grande periodo d’oro della città, rimane però l’ultimo canto del cigno di una gloriosa civiltà che, perduta la sua vocazione acquea, si ritirò nei suoi domini “de tera” rivelando così la profezia del doge veneziano che aveva predetto la fine della Repubblica quando avrebbe perso i suoi interessi sul mare a favore di quelli di terra. Venezia lasciò, nei territori che fecero parte del suo Impero, dei segni tangibili ancora oggi riscontrabili nei linguaggi, nella toponomastica e nell’architettura.

Alla scoperta della Venezia bizantina

Alla scoperta della Venezia bizantina

Un tempo Venezia era un luogo deserto, disabitato e paludoso. Coloro che oggi si chiamano Venetici, erano Franchi di Aquileia e di altre località della terra dei Franchi e abitavano nella terraferma di fronte a Venezia […] coloro che erano fuggiti nelle isole di Venezia, avendovi trovato sicurezza e un modo per mettere fine ai loro timori, decisero di prendere dimora qui e così fecero abitando in questo luogo fino ai nostri giorni (Costantino VII Porfirogenito, Imperatore di Bisanzio)

Venezia e Bisanzio, due realtà assai diverse ma legate indissolubilmente l’una all’altra dalla magia della storia. Una storia fatta di passioni, di grandi uomini e di incredibili viaggi; una storia che si intreccia lungo tutto il medioevo per non spezzarsi mai. Un legame nato agli albori della storia di mezzo, quando i temutissimi Longobardi, un popolo guerriero e famoso per la sua ferocia, fece la sua comparsa nella pianura padana. A quel tempo, siamo nel VI secolo, tutta l’Italia era sotto il controllo dell’Impero Romano d’Oriente, meglio noto come Bizantino. Bastò poco alle genti dalle lunghe e bionde barbe, come erano conosciuti i Longobardi, per conquistare gran parte del nord dell’Italia e di installarsi al suo interno come regno autonomo. L’invasione portò così ad una frattura definitiva della antica provincia decima, la Venetia et Histria, costituita in tempi romani durante il governo di Augusto. Gran parte del litorale venetico, parte dell’odierno Veneto e dell’Istria, rimase in mano ai bizantini che, in compenso, furono in grado di raccogliere le loro forze per resistere all’invasione longobarda. Visto che Aquileia, antica capitale della provincia, fu conquistata, il centro del potere imperiale fu dirottato sull’imprendibile roccaforte di Grado. La traslazione politica si concretizzò poi con lo spostamento della sede patriarcale nella nuova città assieme a gran parte della popolazione che iniziò a popolare le prime isole della laguna veneta.

Fu così che nell’anno del Signore 569 d.C., una miriade di profughi lasciò le terre d’origine per i più sicuri lidi della laguna non pensando certamente che fosse un trasferimento definitivo, come di fatto avvenne successivamente. La grande Venezia, di epoca romana, era semplicemente scomparsa lasciando lo spazio alla seconda Venezia come viene chiamata dallo storico venetico più antico, Giovanni Diacono. Questo però non significa che la seconda Venezia fosse sorta dalle acque, come la Venere di Botticelli, ma neppure che fosse nata grazie alla pressione unna guidata da Attila, con buona pace del cantautore veneziano Alberto d’Amico. Purtroppo, ancora oggi, la patina mitica che ammanta la storia di Venezia è ancora forte e viva nella tradizione della gente che abita l’odierna città lagunare. È vero che Cassiodoro, quasi un secolo prima dell’invasione longobarda, ricordava le isole venetiche durante il regno di Teoderico, facendo riferimento a dei tribuni marittimi presenti nelle isole. I suoi ricordi, infatti, hanno contribuito a delineare quello che sarà una chiara visione della successiva Venezia, visto che parla di naviganti che si destreggiavano tra rive, isole e paludi nella laguna protetta dal mare. Eppure anche se egli stesso ricorda quei pionieri della laguna descrivendoli come se fossero degli animali acquatici “Qui voi, alla maniera degli uccelli acquatici, avete la vostra casa. Infatti una persona ora si vede stare sulla terraferma, ora su un’isola”, dando così vita ad una leggenda con un pizzico di romanticismo, non dobbiamo dimenticare che quella parte della provincia risultava ancora marginale e fuori dalle vie commerciali più importanti. Quello che poi diverrà Venezia non era altro che un agglomerato di pescatori poveri che vivevano della vendita del pesce e della raccolta del sale. Nulla più.

Quelle terre erano però strategicamente importanti per l’Impero di Bisanzio che rispose all’invasione longobarda con la spedizione del generale Baduario. La forza degli invasori però si dimostrò insuperabile e l’esercito bizantino fu sconfitto e il suo capo ucciso. Fu così che Costantinopoli, per rimediare all’inconsistenza del suo potere sulla parte settentrionale della penisola, fu costretta a cambiare strategia e porre il futuro politico di quella zona in mano all’elemento locale. Bisanzio, però, non si accorse del grave danno politico in questo senso, visto che inconsciamente piantò il seme dell’indipendenza venetica e di tutto il resto dell’Italia. Venezia e tutto il litorale fu così gestito da tribuni che riuscirono a coagulare il potere politico attorno a loro. Essi, anche se formalmente soggetti al potere imperiale, riuscirono ben presto a ritagliarsi uno spazio importante formando quello che poi sarà l’ossatura dell’aristocrazia venetica. Ancora parte integrante dell’Impero ma dotati di una grande autonomia.

Man mano che il tempo passava e la situazione non pareva cambiare, i profughi delle città romane, rifugiatisi nelle umide e tristi paludi venetiche, iniziarono a migliorare lentamente la loro situazione costruendo i primi insediamenti. Furono occupate le isole nella zona nord della laguna, tra le quali spicca quella di Torcello, dove la loro vicinanza alla terraferma rendeva lo spostamento e la comunicazione con le antiche sedi più facile e più veloce. Queste terre furono incluse nella nuova costruzione amministrativa attuata da Bisanzio per arginare lo strapotere longobardo e irreggimentate sotto la guida dell’Esarca, un viceré imperiale sul suolo italico. I nuovi poteri del funzionario residente a Ravenna non ebbero gli effetti sperati e anche se Romano, così si chiamava l’Esarca che tentò la riconquista dell’Italia longobarda, si dimostrò un valente condottiero, gran parte della riconquista bizantina si sciolse come neve al sole anche per colpa dell’alleato franco. La controffensiva longobarda però fu terribile, in pochi anni caddero quasi tutte le roccaforti del veneto, la più importante fu Padova che si arrese dopo un lungo assedio nel 602 e la stessa sorte toccò pure alla fortezza di Monselice. La caduta di Padova fu una pietra miliare per lo sviluppo della seconda Venezia dato che gran parte dei padovani si rifugiarono verso le zone di Brondolo e di Chioggia e forse addirittura a Malamocco. La seconda Venezia, quindi, poteva contare ora anche su di un ulteriore e cospicuo numero di profughi scappati alle lame longobarde e rifugiati nella laguna, dando vita ad una vera e propria comunità. In un tempo relativamente breve, la seconda Venezia, come un bellissimo girasole, anche se con radici saldamente radicate nelle lagune venetiche, aveva i propri belli e bramosi petali rivolti ad Oriente, verso il sole e verso la ricchezza dell’Impero.

La nuova e ancor acerba comunità iniziò così a formarsi lontana dal resto del mondo iniziando quell’avventura isolata, ma allo stesso tempo straordinaria e peculiare, che portò Venezia a divenire quella città che tutto il mondo invidia e conosce.

Verso l’unità d’Italia

(L’entrata di Vittorio Emanuele II a Venezia, il 7 novembre 1866, in un quadro dell’epoca di autore anonimo)

Voglia di Unità a Venezia, gli anni “austriaci” (1861-1866)

“Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, ecc. ecc. ecc. Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico. Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dezllo Stato, sia inserita nella raccolta degli Atti del governo mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato”

Il 17 marzo del 1861, 150 anni fa, si dava vita alla proclamazione del regno d’Italia. Vittorio Emanuele II fu il primo re d’Italia e nominato “padre della patria”. Dell’Italia fisica mancavano ancora diverse zone “italiche”, ma il risultato era di gran lunga più roseo di quanto si potesse aspettare lo stesso Cavour qualche anno prima. Nacque così il primo vero stato italiano fondato e gestito da Italiani, anche se da li a poco lo stesso Massimo D’Azeglio (o forse Ferdinando Martini) dovette ammettere che “abbiamo fatto l’Italia e ora dobbiamo fare l’Italiani”. Quello che di fatto era un’unione politica ora necessitava di coesione sociale specialmente nella lingua, gran parte mutuata da quella fiorentina, che era poco conosciuta tra le genti italiche e praticata solamente da certe élite risorgimentali.

Mentre l’Italia iniziava quel lento ma inesorabile processo di unificazione, altre regioni, italiane per gente e per lingua, ma politicamente estranee alla stessa, languivano fuori dai confini patri: le tre Venezie rimanevano saldamente unite all’Austria e lo stato Vaticano manteneva ancora il possesso dell’intero Lazio.

Venezia, forse la più vilipesa dalla restaurazione post rivoluzione francese operata dall’Impero austriaco, rimaneva sotto lo stretto controllo degli Asburgo. La situazione era, se possibile, ancora peggiore rispetto alla prima dominazione, visto che dopo il breve periodo napoleonico gli Austriaci imposero una stretta vigilanza sull’antica Dominante. Gran parte delle famiglie aristocratiche, una tra tutte i Dandolo, appoggiavano da sempre la corona asburgica e vedevano come fumo negli occhi le iniziative borghesi come quelle che portarono ai moti del ‘48 con il governo di Manin. Quell’esperienza segnò terribilmente i Veneziani che per 18 mesi avevano sperato di aver allontanato per sempre la pesante presenza degli Austriaci. Ma ancora più cruenta, almeno a livello morale, fu la pace di Villafranca che sanciva il definitivo abbandono delle terre venete, friulane e trentine (nonché dalmate e istriane) al governo degli Asburgo. Il regno d’Italia era nato, certo, ma era di fatto mutilato.

La popolazione a Venezia era in fermento e vedeva l’unione con il resto dell’Italia una possibilità di rinascita della propria città. Genova infatti, grazie alla nuova politica italiana, fu l’epicentro industriale di un rigoglioso sviluppo della cantieristica navale, gran parte delle rotte commerciali, poi, furono dirottate sul capoluogo ligure a discapito proprio della città lagunare. Quegli anni rappresentavano sempre di più la decadenza di Venezia tanto che lo stesso Wagner, giunto in laguna nel 1858, navigando sul Canal Grande registrava “impressioni malinconiche […] di grandezza, bellezza e decadimento” ma soprattutto ricordava “Le cause di questo cambiamento risiedono in parte nel mutato carattere della civiltà mondiale. In parte nella crescente povertà della città, condizionata da quattrocento anni di decadenza commerciale, ma soprattutto nella collera implacabile nell’inconsolabile scontentezza con cui il popolo guarda alla propria politica presente”. Howells, console americano del governo austriaco a Venezia dal 1861 al 1865, affermò che gran parte delle colpe del decadimento di Venezia erano imputabili agli Austriaci tanto che il loro governo era “così illiberale nel rivolgersi a coloro che per qualsiasi ragione hanno a che fare con gli Austriaci”. Tutto questo avveniva, sempre per il console, per colpa della mancata unione con il resto d’Italia nel 1859. Pure la musica pare avesse delle connotazioni politiche visto che “appena la musica cessa, gli Austriaci spariscono e gli Italiani ritornano in Piazza”, e la scelta dei caffè rappresentava una scelta di campo, tranne che per il Florian che godeva invece di fama di essere una sorta di porto franco. Il caffè Quadri invece era considerato da Howells un fortino austriaco mentre il caffè Specchi, verso la Fabrica Nuova (l’ala napoleonica), era da considerarsi patriottico e più borghese rispetto al Florian. Le manifestazioni anti austriache erano all’ordine del giorno lo stesso console americano fu testimone di una esplosione di un grosso petardo durante la messa a San Marco per il genetliaco dell’Imperatore. La situazione diveniva sempre più critica e difficile da gestire.

Quello che più preoccupava era la recessione economica specie dopo il trattato di Villafranca che aveva scardinato il duopolio Lombardo-Veneto con la sua produttiva rete commerciale. La produzione navale era drasticamente scesa e l’Arsenale perdeva lentamente la sua funzionalità di “fabbrica” a favore dei nuovi cantieri costruiti prima a Trieste e poi a Pola. La successiva perdita dei posti di lavoro della industria navale pesava terribilmente sull’economia sociale veneziana.

Con il riacutizzarsi della crisi tra Prussia e Austria per il controllo della confederazione tedesca e con il conseguente blocco continentale, Venezia ebbe risvolti ancora più drammatici. Nel 1863 Vienna pensò ad uno statuto speciale, specie dopo la perdita della Lombardia, annullando la Provincia di Venezia e dividendola tra le provincie circostanti, ampliando poi il territorio di competenza comunale. Il progetto però non si concretizzò visto che nel 1866 la guerra tra Austria e Prussia portò Venezia nell’area italiana. Gli ultimi giorni del governo austriaco a Venezia trascorsero in un clima di attesa, Edmondo de Amicis, all’ora giovane ufficiale di fanteria in sede a Mestre, aveva incontrato tre donne che gli raccontarono di essere fuggite furtivamente da Venezia; era proprio il futuro autore del libro Cuore ad apparir loro come “primo italiano”. La riconoscenza delle donne si dimostrò immediatamente con lo svolazzamento delle loro gonne, mostrando, ad un sorpreso De Amicis, un tricolore con il simbolo sabaudo ricamato nel mezzo.

Venezia fu consegnata agli Italiani tramite Leboeuf inviato francese, gli Austriaci infatti, visti i pessimi risultati militari ottenuti dagli Italiani, avevano acconsentito di donare il Veneto solamente ai Francesi che poi lo avrebbero, a loro volta, donato all’Italia. Così il 19 ottobre 1866, in una stanza dell’Hotel Europa, Leboeuf consegnava il Veneto agli inviati Italiani. La popolazione accolse con grande gioia la dichiarazione d’unione con l’Italia tanto da innalzare il tricolore in Piazza San Marco. Successivamente al suono delle campane a festa, apparivano migliaia di bandiere italiane sulle finestre di ogni casa, mentre un ultimo saluto fu dato alle truppe austriache che lasciarono il bacino San Marco alla volta di Trieste. Il successivo e obbligatorio plebiscito non destò alcun sospetto, ma fu di fatto una presa in giro. Ricasoli lo definì una ridicolaggine, mentre Beggiato lo ha definito “la grande truffa”. La cosa era di poca importanza, visto che la cessione era già stata decisa, quindi il risultato doveva essere per forza positivo per l’annessione, Napoleone III lo aveva richiesto espressamente. Il giubilo continuò per molti giorni: il 21 ottobre venne rinominato, in memoria dei fucilati Bandiera e Moro, il vecchio campo della Bragora, il 27 ottobre si proclamò il risultato del plebiscito, 647.246 votarono SI, 69 votarono NO. Il 7 novembre del 1866, il Re arrivò alla stazione dei treni a Venezia dove lo attendevano tutti i notabili. Egli poi si imbarcò su una lancia reale vogata da 18 rematori e scortato da una miriade di gondole. La folla era entusiasta e il sovrano dovette affacciarsi per ben tre volte dal palazzo che gli era stato assegnato. Il 25 novembre e il 3 dicembre si svolsero le elezioni politiche che fecero scegliere pure due importanti superstiti del governo provvisorio del ’48.

Dopo le grandi manifestazioni, però, Venezia tornò a fare i conti con il suo triste destino. L’unione con l’Italia non aveva portato i risultati sperati. Anzi, il valore politico di Venezia era, se possibile, diminuito ulteriormente . Non era più la capitale del Lombardo Veneto o della regione dei Veneti, come durante la dominazione austriaca, era semplicemente divenuta una delle tante città del nuovo regno d’Italia.

Non bisogna dimenticare, infine, il terribile flagello dell’emigrazione contadina. Dopo l’unione con l’Italia il Veneto subì il più grande esodo di massa che la sua storia ricordi. Nei 24 anni successi emigrarono una quantità abnorme di veneti pari a 1385000, specialmente verso l’America del Sud dove costituirono grosse comunità.

Oggi, festeggiando i 150 anni dell’Unità d’Italia, possiamo ricordare gli illustri Veneziani che credettero, ad un progetto reale ed effettivo, basato sulla costruzione di un grande e nuovo paese governato da Italiani. Forse la loro ambizione era un’altra, magari l’indipendenza come ai tempi della Serenissima, oppure, molto più probabile, avevano capito che non avrebbero avuto alcun futuro se fossero rimasti soli.

Il dubbio è ancora vivo ai giorni nostri ma la risposta non è ancora chiara a tutti.

Bibliografia succinta

A. Zorzi, Venezia Austriaca, Gorizia 2000
W. D. Howells, Vita a Venezia dal 1861 al 1865 (Venetian Life), traduzione a cura di C. Nadin, Venezia 2006

Articolo uscito su “Il Gazzettino Illustrato”, Calliandro Editore, Gennaio 2011.