Archive for Console Americano a Venezia

Verso l’unità d’Italia

(L’entrata di Vittorio Emanuele II a Venezia, il 7 novembre 1866, in un quadro dell’epoca di autore anonimo)

Voglia di Unità a Venezia, gli anni “austriaci” (1861-1866)

“Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, ecc. ecc. ecc. Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico. Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dezllo Stato, sia inserita nella raccolta degli Atti del governo mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato”

Il 17 marzo del 1861, 150 anni fa, si dava vita alla proclamazione del regno d’Italia. Vittorio Emanuele II fu il primo re d’Italia e nominato “padre della patria”. Dell’Italia fisica mancavano ancora diverse zone “italiche”, ma il risultato era di gran lunga più roseo di quanto si potesse aspettare lo stesso Cavour qualche anno prima. Nacque così il primo vero stato italiano fondato e gestito da Italiani, anche se da li a poco lo stesso Massimo D’Azeglio (o forse Ferdinando Martini) dovette ammettere che “abbiamo fatto l’Italia e ora dobbiamo fare l’Italiani”. Quello che di fatto era un’unione politica ora necessitava di coesione sociale specialmente nella lingua, gran parte mutuata da quella fiorentina, che era poco conosciuta tra le genti italiche e praticata solamente da certe élite risorgimentali.

Mentre l’Italia iniziava quel lento ma inesorabile processo di unificazione, altre regioni, italiane per gente e per lingua, ma politicamente estranee alla stessa, languivano fuori dai confini patri: le tre Venezie rimanevano saldamente unite all’Austria e lo stato Vaticano manteneva ancora il possesso dell’intero Lazio.

Venezia, forse la più vilipesa dalla restaurazione post rivoluzione francese operata dall’Impero austriaco, rimaneva sotto lo stretto controllo degli Asburgo. La situazione era, se possibile, ancora peggiore rispetto alla prima dominazione, visto che dopo il breve periodo napoleonico gli Austriaci imposero una stretta vigilanza sull’antica Dominante. Gran parte delle famiglie aristocratiche, una tra tutte i Dandolo, appoggiavano da sempre la corona asburgica e vedevano come fumo negli occhi le iniziative borghesi come quelle che portarono ai moti del ‘48 con il governo di Manin. Quell’esperienza segnò terribilmente i Veneziani che per 18 mesi avevano sperato di aver allontanato per sempre la pesante presenza degli Austriaci. Ma ancora più cruenta, almeno a livello morale, fu la pace di Villafranca che sanciva il definitivo abbandono delle terre venete, friulane e trentine (nonché dalmate e istriane) al governo degli Asburgo. Il regno d’Italia era nato, certo, ma era di fatto mutilato.

La popolazione a Venezia era in fermento e vedeva l’unione con il resto dell’Italia una possibilità di rinascita della propria città. Genova infatti, grazie alla nuova politica italiana, fu l’epicentro industriale di un rigoglioso sviluppo della cantieristica navale, gran parte delle rotte commerciali, poi, furono dirottate sul capoluogo ligure a discapito proprio della città lagunare. Quegli anni rappresentavano sempre di più la decadenza di Venezia tanto che lo stesso Wagner, giunto in laguna nel 1858, navigando sul Canal Grande registrava “impressioni malinconiche […] di grandezza, bellezza e decadimento” ma soprattutto ricordava “Le cause di questo cambiamento risiedono in parte nel mutato carattere della civiltà mondiale. In parte nella crescente povertà della città, condizionata da quattrocento anni di decadenza commerciale, ma soprattutto nella collera implacabile nell’inconsolabile scontentezza con cui il popolo guarda alla propria politica presente”. Howells, console americano del governo austriaco a Venezia dal 1861 al 1865, affermò che gran parte delle colpe del decadimento di Venezia erano imputabili agli Austriaci tanto che il loro governo era “così illiberale nel rivolgersi a coloro che per qualsiasi ragione hanno a che fare con gli Austriaci”. Tutto questo avveniva, sempre per il console, per colpa della mancata unione con il resto d’Italia nel 1859. Pure la musica pare avesse delle connotazioni politiche visto che “appena la musica cessa, gli Austriaci spariscono e gli Italiani ritornano in Piazza”, e la scelta dei caffè rappresentava una scelta di campo, tranne che per il Florian che godeva invece di fama di essere una sorta di porto franco. Il caffè Quadri invece era considerato da Howells un fortino austriaco mentre il caffè Specchi, verso la Fabrica Nuova (l’ala napoleonica), era da considerarsi patriottico e più borghese rispetto al Florian. Le manifestazioni anti austriache erano all’ordine del giorno lo stesso console americano fu testimone di una esplosione di un grosso petardo durante la messa a San Marco per il genetliaco dell’Imperatore. La situazione diveniva sempre più critica e difficile da gestire.

Quello che più preoccupava era la recessione economica specie dopo il trattato di Villafranca che aveva scardinato il duopolio Lombardo-Veneto con la sua produttiva rete commerciale. La produzione navale era drasticamente scesa e l’Arsenale perdeva lentamente la sua funzionalità di “fabbrica” a favore dei nuovi cantieri costruiti prima a Trieste e poi a Pola. La successiva perdita dei posti di lavoro della industria navale pesava terribilmente sull’economia sociale veneziana.

Con il riacutizzarsi della crisi tra Prussia e Austria per il controllo della confederazione tedesca e con il conseguente blocco continentale, Venezia ebbe risvolti ancora più drammatici. Nel 1863 Vienna pensò ad uno statuto speciale, specie dopo la perdita della Lombardia, annullando la Provincia di Venezia e dividendola tra le provincie circostanti, ampliando poi il territorio di competenza comunale. Il progetto però non si concretizzò visto che nel 1866 la guerra tra Austria e Prussia portò Venezia nell’area italiana. Gli ultimi giorni del governo austriaco a Venezia trascorsero in un clima di attesa, Edmondo de Amicis, all’ora giovane ufficiale di fanteria in sede a Mestre, aveva incontrato tre donne che gli raccontarono di essere fuggite furtivamente da Venezia; era proprio il futuro autore del libro Cuore ad apparir loro come “primo italiano”. La riconoscenza delle donne si dimostrò immediatamente con lo svolazzamento delle loro gonne, mostrando, ad un sorpreso De Amicis, un tricolore con il simbolo sabaudo ricamato nel mezzo.

Venezia fu consegnata agli Italiani tramite Leboeuf inviato francese, gli Austriaci infatti, visti i pessimi risultati militari ottenuti dagli Italiani, avevano acconsentito di donare il Veneto solamente ai Francesi che poi lo avrebbero, a loro volta, donato all’Italia. Così il 19 ottobre 1866, in una stanza dell’Hotel Europa, Leboeuf consegnava il Veneto agli inviati Italiani. La popolazione accolse con grande gioia la dichiarazione d’unione con l’Italia tanto da innalzare il tricolore in Piazza San Marco. Successivamente al suono delle campane a festa, apparivano migliaia di bandiere italiane sulle finestre di ogni casa, mentre un ultimo saluto fu dato alle truppe austriache che lasciarono il bacino San Marco alla volta di Trieste. Il successivo e obbligatorio plebiscito non destò alcun sospetto, ma fu di fatto una presa in giro. Ricasoli lo definì una ridicolaggine, mentre Beggiato lo ha definito “la grande truffa”. La cosa era di poca importanza, visto che la cessione era già stata decisa, quindi il risultato doveva essere per forza positivo per l’annessione, Napoleone III lo aveva richiesto espressamente. Il giubilo continuò per molti giorni: il 21 ottobre venne rinominato, in memoria dei fucilati Bandiera e Moro, il vecchio campo della Bragora, il 27 ottobre si proclamò il risultato del plebiscito, 647.246 votarono SI, 69 votarono NO. Il 7 novembre del 1866, il Re arrivò alla stazione dei treni a Venezia dove lo attendevano tutti i notabili. Egli poi si imbarcò su una lancia reale vogata da 18 rematori e scortato da una miriade di gondole. La folla era entusiasta e il sovrano dovette affacciarsi per ben tre volte dal palazzo che gli era stato assegnato. Il 25 novembre e il 3 dicembre si svolsero le elezioni politiche che fecero scegliere pure due importanti superstiti del governo provvisorio del ’48.

Dopo le grandi manifestazioni, però, Venezia tornò a fare i conti con il suo triste destino. L’unione con l’Italia non aveva portato i risultati sperati. Anzi, il valore politico di Venezia era, se possibile, diminuito ulteriormente . Non era più la capitale del Lombardo Veneto o della regione dei Veneti, come durante la dominazione austriaca, era semplicemente divenuta una delle tante città del nuovo regno d’Italia.

Non bisogna dimenticare, infine, il terribile flagello dell’emigrazione contadina. Dopo l’unione con l’Italia il Veneto subì il più grande esodo di massa che la sua storia ricordi. Nei 24 anni successi emigrarono una quantità abnorme di veneti pari a 1385000, specialmente verso l’America del Sud dove costituirono grosse comunità.

Oggi, festeggiando i 150 anni dell’Unità d’Italia, possiamo ricordare gli illustri Veneziani che credettero, ad un progetto reale ed effettivo, basato sulla costruzione di un grande e nuovo paese governato da Italiani. Forse la loro ambizione era un’altra, magari l’indipendenza come ai tempi della Serenissima, oppure, molto più probabile, avevano capito che non avrebbero avuto alcun futuro se fossero rimasti soli.

Il dubbio è ancora vivo ai giorni nostri ma la risposta non è ancora chiara a tutti.

Bibliografia succinta

A. Zorzi, Venezia Austriaca, Gorizia 2000
W. D. Howells, Vita a Venezia dal 1861 al 1865 (Venetian Life), traduzione a cura di C. Nadin, Venezia 2006

Articolo uscito su “Il Gazzettino Illustrato”, Calliandro Editore, Gennaio 2011.