Archive for Enrico Dandolo

La quarta crociata

La quarta crociata

Correva l’anno del Signore 1198, Papa Innocenzo III, volenteroso emulatore dei suoi predecessori lanciò quella che gli storici chiamarono quarta crociata. Gerusalemme era ormai caduta nelle mani di Saladino e l’intera cristianità occidentale tentava un suo pronto recupero. Certo la volontà non mancava al nuovo pontefice, il suo appello però non riuscì a raccogliere nessuna testa coronata d’Europa ma solamente signorotti locali intenzionati ad arricchirsi grazie alla nuova spedizione militare. Di fatto quell’ammasso di gente che si trovò pronta a salpare per liberare la terra santa nel 1198 era senza un vero e proprio leader. La persona che raccolse l’eredità di Riccardo Cuor di Leone fu Bonifacio di Monferrato che venne riconosciuto come comandante in capo da parte della Chiesa. I crociati, così, ricercarono un porto dal quale poter imbarcare le proprie truppe per dirigerle verso l’Egitto considerato il vero tallone d’Achille dell’impero mussulmano. Dopo aver scartato diverse città, Bonifacio arrivò a Venezia nel 1201 dove venne accolto felicemente dal doge Enrico Dandolo. La trattativa portò ad un accordo commerciale molto favorevole a Venezia (pare per la grande capacità diplomatica del quasi cieco Enrico Dandolo) che, in cambio della costruzione di un’imponente flotta, ottenne la promessa di 85mila marchi d’argento. Venezia fece la sua parte visto che le galere erano pronte per la data stabilita, qualcosa però non funzionò dall’altra parte, visto che i crociati erano meno di quelli previsti e non erano in grado di pagare la cifra pattuita. La situazione rimase in stallo per qualche tempo visto che Venezia non voleva rovinare i rapporti commerciali con l’Oriente ma allo stesso tempo non poteva permettere che i crociati stazionassero nel suo territorio. Fu un nuovo patto tra Enrico Dandolo e Bonifacio di Monferrato a permettere che la situazione si sbloccasse, i crociati sarebbero partiti presto ma Venezia li avrebbe accompagnati nella guerra santa. Fu così che Enrico Dandolo, grande oratore e abilissimo politico, prese la croce nella chiesa di San Marco gremita dalla gente veneziana raccolta per la messa e dichiarò i suoi intenti; la flotta crociata e quella Veneziana partirono i primi di novembre del 1202 verso l’Egitto. La missione però, al posto di recarsi immediatamente in Oriente, fece una sosta “armata” nella città di Zara, ribelle a Venezia da qualche tempo, che venne messa a ferro e fuoco e riconquistata dalla Serenissima. Il Papa, saputo dell’accaduto, scomunicò immediatamente la crociata, i baroni francesi risposero di essere sotto il controllo obbligato dei Veneziani ed erano impossibilitati ad agire autonomamente, così Innocenzo tolse la scomunica ai crociati lasciandola solamente ai lagunari. Enrico Dandolo non penso minimamente a fermarsi e continuò la sua rotta verso l’Oriente grazie pure ai suoi contatti con un altro scomunicato, ossia Filippo di Svevia, il quale era imparentato con un Imperatore di Bisanzio decaduto e come vedremo molto importante per i risvolti futuri della quarta crociata, Alessio IV. Questo personaggio era figlio di Isacco II, Imperatore bizantino detronizzato da una congiura di palazzo, si era recato dai crociati per chiedere loro aiuto per riottenere il regno. In cambio offriva un contingente di soldati per la crociata, la riunificazione delle Chiese dopo lo scisma del 1054, e grandi privilegi commerciali a Venezia. Il Papa venuto a conoscenza di queste nuove trattative tolse la scomunica ai Veneziani che così furono liberi di agire come avrebbero voluto. Dandolo fu felicissimo da poter garantire ulteriori spazi commerciali alla propria città e così convinse il resto dei generali a deviare la crociata a Costantinopoli. La capitale dell’Impero non accolse amorevolmente il nuovo Imperatore e i Veneziani furono costretti a combattere per aprirsi una breccia nelle mura della città. Questa però non fu l’unica sorpresa che accolse i crociati e Veneziani a Bisanzio, Alessio IV infatti, anche se eletto co-imperatore con il padre cieco Isacco II, tentò di mantenere le promesse ma né la Chiesa ortodossa né la gente comune voleva scendere a patto con i latini. Una congiura ordita da Alessio, chiamato poi Morzulfo, andò a buon fine e sia Isacco II che Alessio IV furono uccisi e Alessio divenne Alessio V, nuovo imperatore di Bisanzio. Appena salito al trono egli dichiarò che non avrebbe mantenuto le promesse fatte ai crociati e ai Veneziani. La spedizione latina però non volle tornare in patria a mani vuote e così si organizzò per la conquista della città. Una lettera inviata dal Papa che conteneva la scomunica alla truppa nel caso di conquista di Costantinopoli venne intercettata dai Veneziani e sequestrata. Si decise quindi di attaccare la Nuova Roma e successivamente alla conquista ci si accordo affinché sei Veneziani e sei crociati avrebbero poi eletto l’Imperatore del nuovo Impero latino d’Oriente. Se l’eletto imperiale fosse stato Veneziano allora il patriarca sarebbe stato crociato e viceversa. Con questo patto politico, la spedizione militare attaccò la capitale imperiale. Il primo attacco avvenne il 9 aprile 1204 ma fu quello del 12 dello stesso mese ad avere successo grazie ad uno stratagemma Veneziano che permise la conquista della “Città”. Nessuno prima d’ora era riuscito in questo intento dalla data della fondazione di Costantinopoli nel 330, l’orda penetrò le mura teodosiane e saccheggiò la città per 14 giorni. I Veneziani non si tirarono indietro, ma a differenza dei Francesi conoscevano le cose di valore e se ne impossessarono in grande quantità addobbando poi la loro città al ritorno in laguna.

Una volta terminato il saccheggio e la distruzione di moltissime e inestimabili opere d’arte, i Veneziani bocciarono la nomina di Bonifacio di Monferrato come nuovo Imperatore d’Oriente e puntarono invece la loro elezione verso il barone Baldovino di Fiandra che venne incoronato a Santa Sofia il 16 maggio 1204. Per i patti precedenti venne eletto un patriarca latino Veneziano Tommaso Morosini. I territori dell’Impero bizantino vennero divisi in quattro parti: una parte all’Impero latino e quindi a Baldovino, una parte al marchese di Monferrato, una parte ai principi e ai baroni Franchi e l’ultima a Venezia. La Serenissima riuscì ad imporre tutte le sue scelte in materia territoriale ottenendo scali commerciali importantissimi come Candia, Eubea, numerosi porti nel Peloponneso e un nuovo quartiere Veneziano nella città di Costantinopoli con la successiva espulsione di tutti i rivali commerciali della repubblica. Enrico Dandolo fu insignito della carica di “Signore di un quarto e mezzo dell’Impero Romano d’Oriente” e fu il vero vincitore politico della quarta crociata. Il cronachista Goffredo di Villehardouin lo descrisse così : « un vecchio gigante che ha ancora la forza di galoppare, per affrontare con la sua abituale fierezza, anche l’ultimo nemico:la morte. ». Il doge non tornò mai più a Venezia e rimase a Costantinopoli per difenderla dai Bulgari nell’assedio del 1205, all’età di 95 anni, quasi totalmente cieco morì e fu sepolto nella chiesa di Santa Sofia dove ancora le sue spoglie mortali risiedono.

Grazie a questa conquista Venezia divenne potentissima, il guadagno monetario fu inestimabile ma è il rafforzamento militare e commerciale nel levante bizantino che permise il decisivo salto di qualità. Venezia divenne così un punto di riferimento per tutt’Europa e così vi rimase fino almeno al XVI secolo, grazie, in gran parte, alla conquista di Costantinopoli. Non si hanno notizie certe riguardo le possibili colpe da parte di Venezia, sta di fatto però che fu Enrico Dandolo il fautore di tutto questo, pare, almeno secondo la leggenda, per via dei pessimi rapporti che aveva avuto quando era ambasciatore presso Bisanzio. Quell’esperienza fu traumatica per il Dandolo tanto da perdere quasi totalmente la vista per via di un diverbio con l’Imperatore. Piace ricordarlo così, un po’ uomo, un po’ leggenda, ma soprattutto un grandissimo politico.

La famiglia Dandolo

La famiglia Dandolo

La famiglia Dandolo è tra le più antiche e più importanti gens della Repubblica di Venezia. Secondo la leggenda, che ammanta ancora le loro origini, pare che provenissero dalla romana Altino e grazie alle grandi migrazioni longobarde, abbiano abbandonato le antiche terre per muoversi a Torcello per poi stabilirsi definitivamente a Rialto. La storia dei Dandolo è intrecciata a quella di Venezia sin dagli albori visto che questa potente famiglia faceva parte delle famiglie apostoliche che elessero il primo doge Anafesto nel 697. Come abbiamo già visto nel primo articolo gran parte di queste notizie sono legate solamente alla leggenda, ma è importante notare come i Dandolo fossero già protagonisti della proto Venezia e quanto fossero già una famiglia ben presente nello scacchiere politico veneziano.

Dal punto di vista storico, invece, le prime apparizioni documentali sono riconducibili al periodo della dinastia degli Orseolo (XI secolo). Il primo Dandolo che appare nei documenti è un tal Orso, e tra i loro possedimenti erano già presenti diverse saline – talune presenti nella stessa città a Dorsoduro – terreni coltivati, terreni silvestri presenti nelle isole e in terraferma nonché una discreta quantità di abitazioni. Nell’anno 1000, Ottone Dandolo fu incaricato alla costruzione del primo ponte di Rialto, suo figlio vent’anni dopo portò in patria dall’Oriente le spoglie di San Tarasio, patriarca di Costantinopoli che fu poi sepolto nella chiesa di San Zaccaria. Un altro Dandolo partecipò alla guerra contro Zara, guidata dal doge Contarini, di nome Daniele, figlio di Domenico, parente del futuro Enrico Dandolo, mentre nel 1055 Buono fu inviato assieme a Domenico Selvo a rinnovare i trattati commerciali con l’Impero germanico retto da Enrico III. Domenico Dandolo combatté la battaglia contro i Normanni per la conquista di Durazzo e fu egli stesso che, con Andrea Michiel e Jacopo Orio, ad annunciare all’Imperatore di Bisanzio, Alessio I, la grande vittoria da parte della flotta veneto-bizantina contro quella capitanata dal Guiscardo.

Il patto di Bari siglato nel 1122 ci delinea un quadro storico riguardante tutte le famiglie importanti di Venezia e dimostra, una volta ancora, la forza politica dei Dandolo visto che ben quattro di loro vi figurano. Domenico, Giovanni, Enrico e Orso sono tra i firmatari, mentre nel ducato venetico un altro Dandolo sedeva sul più importante seggio ecclesiastico, Domenico, figlio di Enrico, divenne patriarca di Grado nel 1130. Buono, un altro della famiglia, divenne giudice della contrada di San Luca, centro del potere dei Dandolo, mentre Enrico, futuro conquistatore di Costantinopoli, prendeva parte alla stesura degli statuti civili veneziani redatti a Rialto nel 1164. Nel 1156 Marco acquistò la signoria di Gallipoli, Andrea divenne bailo a Negroponte, Marino invece venne nominato provveditore in Levante.

Nel 1192 iniziò la grande avventura di Enrico Dandolo, conquistatore di Costantinopoli. Era nato a San Luca, suo padre si chiamava Vitale mentre suo zio era patriarca di Grado. Ebbe due mogli, la prima pare si chiamasse Felicita Bembo, figlia di Pietro procuratore di San Marco, la seconda invece fu Contessa, della casa dei Monotto. Ebbe quattro figli: Marino, Ranieri, Vitale e Fantino. Il secondo avrebbe fatto da vice doge durante l’assenza del padre a Costantinopoli, il terzo comandò la flotta crociata mentre Fantino divenne il secondo patriarca latino della capitale bizantina. Enrico Dandolo come abbiamo già ricordato nell’articolo precedente divenne il conquistatore di Bisanzio e le sue gesta portarono grande felicità a Venezia e in tutto l’Occidente. La famiglia Dandolo aumentò notevolmente il suo potere sia in patria sia nelle nuove colonie specie dopo l’approvazione della Serrata del Maggior Consiglio dove il patriziato divenne di fatto ereditario, la parte del leone su questa vicenda la fece proprio il doge Giovanni Dandolo che rappresentava la parte più antica della nobiltà venetica. I Dandolo, aumentarono i loro influsso politico visto la loro diffusione in tutta Venezia; vi erano Marcus, Andrea, Giovanni fratello di Paolo a San Marco, a Cannaregio Jacopo e Marino, a San Polo Filippo, Giovanni, Leonardo e Jacopo. Secondo una ricerca fatta da Stanley Chojnacki tra il 1290 e il 1379 i Dandolo avevano questa collocazione: secondi come consistenza numerica in Maggior Consiglio, quinti per cariche rivestite, decimi per ricchezza. Il ‘300 fu sicuramente il periodo d’oro per l’intera famiglia Dandolo mentre già nel XVI non risultarono più tra quelle più facoltose, infatti il loro numero era sceso ad appena ventuno.

Tornado alla storia dei Dandolo, li troviamo partecipi alla pacificazione dell’isola di Creta nel ‘300 quando fu nominato duca di Candia, Jacopo da San Giovanni Nuovo, figlio di Filippo Dandolo nel 1240. La situazione però non si attenuò tanto che la Serenissima inviò nuovamente un altro contingente nel 1252 tra i quali spiccava un altro Dandolo, Giovanni da San Salvatore.

I Dandolo presero parte pure alla guerra contro Genova tra cui ricordiamo Gilberto che vinse diverse battaglie contro Genova e divenne famoso per la battaglia dei Sette Pozzi. Dandolo si lanciò alla testa della sua squadra al grido “Dio e Monsignor San Marco!” vincendo e sbaragliando la flotta nemica anche se in minoranza numerica. Un altro Dandolo, il già citato Ranieri, darà il suo contributo alla lunga ed estenuante guerra con Genova catturando ben cinque navi pisane e otto genovesi. Altri Dandolo combatterono ancora contro la Superba specie nella battaglia di Laiazzo (1294) e su altri fronti, Marino divenne podestà di Treviso nel 1222 anche se ucciso a Mestre appena un anno dopo, un Giacomo, ammiraglio, vinse una grande battaglia contro i Genovesi a Malvasia catturando il capo nemico Pietro Grimaldi, Marco Dandolo nel 1277 trasportò il corpo di San Teodoro seppellendolo poi nella chiesa di San Salvatore.

Nel 1329 divenne doge un altro Dandolo, Francesco che apparteneva allo stesso ramo di Enrico e aveva un buffo soprannome “Cane”, anche se non apparteneva al ramo della famiglia di San Fantin la quale portava nel suo stemma proprio questo animale. Fu un letterato ma anche un grande politico, riuscì a non far sfigurare Venezia nelle battaglie contro i Turchi e di portare Treviso in seno alla Repubblica. Nel 1343 un altro Dandolo, Andrea “Cortesan”, venne eletto Doge. Fu amico di Petrarca e ricordato per via della sua abilità letteraria – prese un dottorato a Padova ed era Professore di diritto nell’ateneo patavino – scrisse infatti parte della storia di Venezia, conosciuta come “Cronaca”.

Come si è detto precedentemente la famiglia nel XVI secolo era quasi totalmente sparita e aveva perduto gran parte della sua importanza fino a sparire completamente nel XIX secolo. Nel 1796 nacque Girolamo di Silvestro, un Dandolo, che come i suoi illustri parenti amava la cultura. Nel 1816 entrò nell’archivio di Stato. Non partecipò ai moti del ’48 per via dei legami che univano i Dandolo alla corona austriaca, ma partecipò gli anni successivi alla stesura del libro La caduta della Repubblica di Venezia e i suoi ultimi cinquant’anni. Fece così come i suoi illustri avi parte di quel gruppo di intellettuali che vergarono sapientemente la storia di questa straordinaria città.

Nel 1827 ricordiamo Pietro Dandolo di Alvise del ramo di San Tomà che cedeva ad un antiquario la spada del grande antenato Enrico trasmessa dalla madre Maria, sancendo la fine di questa grande e longeva famiglia. Da Ottone Dandolo fino a Girolamo, direttore dell’Archivio di Stato di Venezia, i Dandolo fecero parte della storia di Venezia per quasi mille anni lasciando un profondo solco nella memoria degli storici e di tutta la città. Tanto importante fu la memoria di Enrico Dandolo che il Comune di Venezia gli dedicò una lapide nella zona dove pare fosse nato, ossia vicino la riva del Carbon, oggi palazzo Farsetti. Pure le effigi sono ben chiare ancora oggi a Venezia, oltre al suo ritratto nella sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale, ci sono pure le opere che lo immortalano dipinte da Tintoretto e Aliense. Un’altra testimonianza è presente in quello che oggi la hall dell’Hotel Danieli, infatti possiamo ammirare un dipinto che richiama il doge Dandolo vestito da crociato intento a guidare l’assalto alle mura di Costantinopoli. I Dandolo quindi fecero parte della grande storia di Venezia, dagli albori alla sua caduta. E’ strano, o forse un segno del destino, che una volta tramontata questa famiglia, così partecipe alla vita della Serenissima, pure la gloriosa, stanca e violentemente cambiata città lagunare stiano declinando inesorabilmente.

L’impero veneziano

L’Impero Veneziano

I Veneziani della Romània, ossia come loro stessi chiamavano i domini nell’Impero bizantino, erano straordinariamente felici dopo la conquista di Bisanzio e straordinariamente grati al loro illustre doge Enrico Dandolo. Gli accordi erano molto chiari e prevedevano sempre un contrappeso veneziano nel potere crociato. Se l’imperatore del nuovo Impero fosse stato crociato allora il patriarca di Costantinopoli sarebbe dovuto essere Veneziano ed il contrario. La suddivisione dell’impero bizantino avveniva in base all’accordo firmato tra tutti e contemplava tre ottavi dell’intero territorio che apparteneva a Bisanzio. Il novantenne doge riuscì poi a sottrarre un’importantissima isola, vitale per il futuro sviluppo del commercio veneziano nell’Egeo e nel Mediterraneo, vale a dire l’isola di Creta. Essa apparteneva a Bonifacio che però la voleva vendere ai rivali Genovesi. Così, il doge Veneziano, grazie alla sua indubbia capacità politica, riuscì a convincere il Marchese a farsela dare proponendo un’offerta maggiore ai rivali e ottenendola nell’agosto del 1204. Dandolo pagò a Bonifacio ben 1000 marchi sapendo però che una volta giunti a Creta i lagunari avrebbero dovuto conquistarla militarmente. Nel settembre del 1204, Veneziani e crociati, si incontrarono per rendere operative le suddivisioni precedentemente accordate. Venne costituita una commissione di dodici Veneziani e dodici crociati con il compito di redigere un nuovo trattato che avrebbe integrato quello già sottoscritto in marzo. Solo i lagunari conoscevano bene la zona e il concordato assegnò loro valenti zone commerciali, la capitale poi venne divisa tra imperatore e doge, spettò così a Baldovino i cinque e a Dandolo i tre ottavi della stessa. Ai Veneziani andarono poi le terre da Adrianopoli al mar di Marmara e a ovest fino a Gallipoli, ai crociati quello che rimaneva. Nella penisola balcanica tutti i territori a sud di Durazzo fino a Naupatto, sul Golfo di Corinto, nonché le isole ionie di Corfù Leucade, Itaca, Cefalonia e Zacinto, e la parte occidentale del Peloponneso, fino ai porti di Modone e Corone. I Veneziani poi rivendicarono l’isola di Eubea, meglio conosciuta come Negroponte, l’isola di Salamina, Egina e Andro. L’accordo siglava di fatto la nascita del nuovo Impero lagunare visto che prevedeva andasse ai Veneziani gran parte della costa dalmata, la costa occidentale della Grecia e le isole che poi sarebbero tornate utilissime per gli scali commerciali fra Venezia e Costantinopoli.

Il primo giugno dell’anno 1205, un anno dopo la conquista di Costantinopoli, però, l’artefice dell’impresa Enrico Dandolo morì combattendo i Bulgari che assediavano Bisanzio e volle essere sepolto nelle terre della Romània, affinché le sue gesta fossero ricordate ad imperitura memoria. Dopo la sua morte i Veneziani elessero un nuovo capo, Marino Zeno, che per primo adottò il titolo di podestà e signore dei tre ottavi dell’Impero di Romània. La sua nomina venne rettificata dai suoi funzionari e pare che si ventilasse addirittura l’idea di uno spostamento della capitale da Venezia a Costantinopoli. Nell’ottobre del 1205 il podestà firmò un protocollo di intesa con la madrepatria che obbligava tutti i nuovi territori alla piena e completa sottomissione alla repubblica. Nel 1207 fu inviato, a sostituire lo Zeno, Ottaviano Quirino con un nuovo testo che regolamentava la comunità veneziana a Costantinopoli. Ora pure il podestà dipendeva dal voto di maggioranza del consiglio in madre patria, tutta la comunità era modellata sullo stessa riga di Venezia, con i suoi giudici, tribunale e il suo tesoro. Il podestà quindi governava su una grande fetta dell’antica capitale bizantina, molto più grande di quella concessa loro dai Comneni un secolo prima. Allo stesso tempo il governo veneziano di Romània pian piano estrometteva tutti i possibili concorrenti commerciali dalla città, personificati in gran parte dai commercianti Pisani e Genovesi.

La conquista di Creta però ricoprì un’importanza assai superiore in ottica futura, visto che l’isola rimase di proprietà venetica per oltre quattro secoli e sopravvisse pure alla riconquista bizantina di Costantinopoli, con la conseguente scacciata dei Veneziani da quelle terre. Ci vollero diversi anni affinché la situazione si stabilizzasse e soprattutto ci vollero diversi interventi militari da parte di Venezia per portare a termine una vera e propria colonizzazione di Creta. Inoltre i Genovesi si erano inseriti nella battaglia politica rendendo le cose ancora più difficili. Nel 1212 l’isola venne divisa in sei diversi feudi, così come lo erano i sestieri a Venezia. Per ogni sestieri lagunare vi era un corrispettivo candiano e la repubblica incentiva l’emigrazione verso quelle terre, regalando tenute e proprietà con l’obbligo di difenderle dagli attacchi dei nemici. Un solo territorio rimaneva sotto il diretto controllo della Repubblica ed era la città di Candia con le sue periferie. L’isola venne amministrata come la città lagunare, ossia con a capo un duca il quale era nominato dal Maggior Consiglio, coadiuvato da due consiglieri. Gran parte delle decisioni però venivano prese dal Maggior Consiglio di Candia composto da tutta la nobiltà greca e veneziana dell’isola. Gran parte delle magistrature erano molto simili a quelle della madrepatria anche se vi era una certa differenza etnica, visto che quelle più importanti andavano a favore dei Veneziani mentre quelle minori agli indigeni. La parità invece era garantita per quanto concerne la fede religiosa.

Anche se il sistema così all’avanguardia per quel periodo (l’Inghilterra organizzò il suo sistema coloniale, sotto certi aspetti, in maniera molto simile) prometteva bene, la situazione degenerò velocemente tanto che la Serenissima tolse ogni potere amministrativo ai delegati dell’isola dopo la grande rivolta del 1363. Da quella data in poi fino al 1669, anno della conquista da parte dei Turchi (dopo ben 22 anni di assedio), Creta rimase un dominio veneziano solido e prosperoso che permise ai Veneziani di tenere ben saldo il suo controllo sui commerci in medio Oriente.

Venezia, almeno fino al crollo della “sua creatura” ossia l’Impero latino d’oriente, riuscì a mantenere una sorta di monopolio su tutto il commercio europeo con l’Oriente. Grazie alla conquista della capitale bizantina, la Serenissima, poté riempire le sue casseforti di oro e la sua città di ricchezze architettoniche di ogni genere. Il suo nuovo impero prosperò per quasi un secolo e poi, nel quattordicesimo secolo, inizio quel lento declino che portò alla perdita prima di Costantinopoli (1261) e di tutti i territori limitrofi: gli “occhi della Repubblica” Modone e Corone(1500), Cipro (1573), Candia (1669), Morea (1715), Corfù (1797).

Anche se il ’500 veneziano viene normalmente considerato l’ultimo grande periodo d’oro della città, rimane però l’ultimo canto del cigno di una gloriosa civiltà che, perduta la sua vocazione acquea, si ritirò nei suoi domini “de tera” rivelando così la profezia del doge veneziano che aveva predetto la fine della Repubblica quando avrebbe perso i suoi interessi sul mare a favore di quelli di terra. Venezia lasciò, nei territori che fecero parte del suo Impero, dei segni tangibili ancora oggi riscontrabili nei linguaggi, nella toponomastica e nell’architettura.