Archive for Famiglie Patrizie Veneziane

Carlo Zen, l’eroe di Chioggia

Carlo Zen, l’eroe di Chioggia

Carlo Zen, l’eroe di Chioggia, Graphe, Perugia 2018.
 
Gli Zen appartenevano ad una gloriosa famiglia che aveva radici profonde e una lunga storia alle spalle. La leggenda narra che fossero addirittura imparentati con due Imperatori bizantini, Leone II e Zenone. Pur non facendo loro parte delle cosiddette famiglie apostoliche e neppure di quelle evangeliche, erano nobili ed incredibilmente ricchi. La loro forza si basava sulle indubbie doti militari e sulle grandi capacità a mercanteggiare. Queste abilità, molto apprezzate a Venezia, permisero tuttavia agli Zen di esprimere un solo Doge in tutta la storia della Serenissima, tal Renier (???-1268) passato alla storia solamente per non aver ostacolato la riconquista bizantina di Costantinopoli. 
Carlo Zen fu il primogenito di Piero, soprannominato “il Dragone” per via della sue gesta militari, e fratello di Antonio e Nicolò, famosi per le loro esplorazioni. Iniziò il suo percorso educativo ad Avignone dal Papa per poi trasferirsi a Padova. Abbandonò gli studi per via della sua vita dissoluta e per qualche amore adultero. Trasferitosi a Patrasso come Vescovo mostrò per la prima volta le sue grandi doti marziali. Riuscì a scacciare un’incursione turca con poche truppe a disposizione. Eppure, per via del suo difficile carattere, fu bandito da quelle terre. Decise così, come molti altri suo compaesani, di trasferirsi nella più bella città del mondo di quel periodo: Costantinopoli. Lì trovò il primo vero amore, si sposò e si inventò mercante. Si trovò ben presto coinvolto nelle faide famigliari dei Paleologo e dovette così spostarsi verso l’isola di Tenedo, divenuta veneziana proprio grazie alla sua mediazione con l’Imperatore di Bisanzio. Nella nuova realtà Carlo dimostrò tutto il suo valore militare riuscendo a scacciare un attacco genovese anche se in netta inferiorità numerica. Con le sue galee, poi, andò in aiuto della madrepatria che stava per essere conquistata da Genova. Carlo divenne ben presto l’eroe di Chioggia, visto che riuscì a sbaragliare il nemico e a liberare la città lagunare. Eppure questo non bastò per eleggerlo doge, anzi, molte ombre gravarono su di lui, tra cui quella terribile del tradimento. Lo Zen così si dovette allontanare per un certo periodo, per poi tornare dopo sette lunghi anni. Arrivato finalmente in patria lasciò il mestiere delle armi e si dedicò alla cultura costituendo a Venezia il primo salotto intellettuale formato da famosi studiosi italici e da dotti bizantini. La vecchiaia venne però presto funestata dalla morte dell’amata moglie e del suo ultimo genito Jacopo, persone che amava moltissimo. All’età di 84 anni moriva uno dei condottieri più importanti della Serenissima. Durante il funerale tutti a Venezia lo vollero vedere e, posto il corpo nudo si poterono contare ben 35 cicatrici, alcune delle quali molto profonde e quasi mortali. Poi fu vestito a lutto e la camera ardente aperta affinché tutta la nobiltà e tutti coloro che lo avevano amato potessero dargli il loro ultimo saluto. Senza la sua forza, la sua determinazione, la sua baldanza, Venezia sarebbe caduta in mano a Genova e la storia della città avrebbe preso certamente altre strade. Carlo Zen, invece, la difese e permise alla Serenissima di diventare quella che ancora noi oggi tutti ammiriamo.

La famiglia Dandolo

La famiglia Dandolo

La famiglia Dandolo è tra le più antiche e più importanti gens della Repubblica di Venezia. Secondo la leggenda, che ammanta ancora le loro origini, pare che provenissero dalla romana Altino e grazie alle grandi migrazioni longobarde, abbiano abbandonato le antiche terre per muoversi a Torcello per poi stabilirsi definitivamente a Rialto. La storia dei Dandolo è intrecciata a quella di Venezia sin dagli albori visto che questa potente famiglia faceva parte delle famiglie apostoliche che elessero il primo doge Anafesto nel 697. Come abbiamo già visto nel primo articolo gran parte di queste notizie sono legate solamente alla leggenda, ma è importante notare come i Dandolo fossero già protagonisti della proto Venezia e quanto fossero già una famiglia ben presente nello scacchiere politico veneziano.

Dal punto di vista storico, invece, le prime apparizioni documentali sono riconducibili al periodo della dinastia degli Orseolo (XI secolo). Il primo Dandolo che appare nei documenti è un tal Orso, e tra i loro possedimenti erano già presenti diverse saline – talune presenti nella stessa città a Dorsoduro – terreni coltivati, terreni silvestri presenti nelle isole e in terraferma nonché una discreta quantità di abitazioni. Nell’anno 1000, Ottone Dandolo fu incaricato alla costruzione del primo ponte di Rialto, suo figlio vent’anni dopo portò in patria dall’Oriente le spoglie di San Tarasio, patriarca di Costantinopoli che fu poi sepolto nella chiesa di San Zaccaria. Un altro Dandolo partecipò alla guerra contro Zara, guidata dal doge Contarini, di nome Daniele, figlio di Domenico, parente del futuro Enrico Dandolo, mentre nel 1055 Buono fu inviato assieme a Domenico Selvo a rinnovare i trattati commerciali con l’Impero germanico retto da Enrico III. Domenico Dandolo combatté la battaglia contro i Normanni per la conquista di Durazzo e fu egli stesso che, con Andrea Michiel e Jacopo Orio, ad annunciare all’Imperatore di Bisanzio, Alessio I, la grande vittoria da parte della flotta veneto-bizantina contro quella capitanata dal Guiscardo.

Il patto di Bari siglato nel 1122 ci delinea un quadro storico riguardante tutte le famiglie importanti di Venezia e dimostra, una volta ancora, la forza politica dei Dandolo visto che ben quattro di loro vi figurano. Domenico, Giovanni, Enrico e Orso sono tra i firmatari, mentre nel ducato venetico un altro Dandolo sedeva sul più importante seggio ecclesiastico, Domenico, figlio di Enrico, divenne patriarca di Grado nel 1130. Buono, un altro della famiglia, divenne giudice della contrada di San Luca, centro del potere dei Dandolo, mentre Enrico, futuro conquistatore di Costantinopoli, prendeva parte alla stesura degli statuti civili veneziani redatti a Rialto nel 1164. Nel 1156 Marco acquistò la signoria di Gallipoli, Andrea divenne bailo a Negroponte, Marino invece venne nominato provveditore in Levante.

Nel 1192 iniziò la grande avventura di Enrico Dandolo, conquistatore di Costantinopoli. Era nato a San Luca, suo padre si chiamava Vitale mentre suo zio era patriarca di Grado. Ebbe due mogli, la prima pare si chiamasse Felicita Bembo, figlia di Pietro procuratore di San Marco, la seconda invece fu Contessa, della casa dei Monotto. Ebbe quattro figli: Marino, Ranieri, Vitale e Fantino. Il secondo avrebbe fatto da vice doge durante l’assenza del padre a Costantinopoli, il terzo comandò la flotta crociata mentre Fantino divenne il secondo patriarca latino della capitale bizantina. Enrico Dandolo come abbiamo già ricordato nell’articolo precedente divenne il conquistatore di Bisanzio e le sue gesta portarono grande felicità a Venezia e in tutto l’Occidente. La famiglia Dandolo aumentò notevolmente il suo potere sia in patria sia nelle nuove colonie specie dopo l’approvazione della Serrata del Maggior Consiglio dove il patriziato divenne di fatto ereditario, la parte del leone su questa vicenda la fece proprio il doge Giovanni Dandolo che rappresentava la parte più antica della nobiltà venetica. I Dandolo, aumentarono i loro influsso politico visto la loro diffusione in tutta Venezia; vi erano Marcus, Andrea, Giovanni fratello di Paolo a San Marco, a Cannaregio Jacopo e Marino, a San Polo Filippo, Giovanni, Leonardo e Jacopo. Secondo una ricerca fatta da Stanley Chojnacki tra il 1290 e il 1379 i Dandolo avevano questa collocazione: secondi come consistenza numerica in Maggior Consiglio, quinti per cariche rivestite, decimi per ricchezza. Il ‘300 fu sicuramente il periodo d’oro per l’intera famiglia Dandolo mentre già nel XVI non risultarono più tra quelle più facoltose, infatti il loro numero era sceso ad appena ventuno.

Tornado alla storia dei Dandolo, li troviamo partecipi alla pacificazione dell’isola di Creta nel ‘300 quando fu nominato duca di Candia, Jacopo da San Giovanni Nuovo, figlio di Filippo Dandolo nel 1240. La situazione però non si attenuò tanto che la Serenissima inviò nuovamente un altro contingente nel 1252 tra i quali spiccava un altro Dandolo, Giovanni da San Salvatore.

I Dandolo presero parte pure alla guerra contro Genova tra cui ricordiamo Gilberto che vinse diverse battaglie contro Genova e divenne famoso per la battaglia dei Sette Pozzi. Dandolo si lanciò alla testa della sua squadra al grido “Dio e Monsignor San Marco!” vincendo e sbaragliando la flotta nemica anche se in minoranza numerica. Un altro Dandolo, il già citato Ranieri, darà il suo contributo alla lunga ed estenuante guerra con Genova catturando ben cinque navi pisane e otto genovesi. Altri Dandolo combatterono ancora contro la Superba specie nella battaglia di Laiazzo (1294) e su altri fronti, Marino divenne podestà di Treviso nel 1222 anche se ucciso a Mestre appena un anno dopo, un Giacomo, ammiraglio, vinse una grande battaglia contro i Genovesi a Malvasia catturando il capo nemico Pietro Grimaldi, Marco Dandolo nel 1277 trasportò il corpo di San Teodoro seppellendolo poi nella chiesa di San Salvatore.

Nel 1329 divenne doge un altro Dandolo, Francesco che apparteneva allo stesso ramo di Enrico e aveva un buffo soprannome “Cane”, anche se non apparteneva al ramo della famiglia di San Fantin la quale portava nel suo stemma proprio questo animale. Fu un letterato ma anche un grande politico, riuscì a non far sfigurare Venezia nelle battaglie contro i Turchi e di portare Treviso in seno alla Repubblica. Nel 1343 un altro Dandolo, Andrea “Cortesan”, venne eletto Doge. Fu amico di Petrarca e ricordato per via della sua abilità letteraria – prese un dottorato a Padova ed era Professore di diritto nell’ateneo patavino – scrisse infatti parte della storia di Venezia, conosciuta come “Cronaca”.

Come si è detto precedentemente la famiglia nel XVI secolo era quasi totalmente sparita e aveva perduto gran parte della sua importanza fino a sparire completamente nel XIX secolo. Nel 1796 nacque Girolamo di Silvestro, un Dandolo, che come i suoi illustri parenti amava la cultura. Nel 1816 entrò nell’archivio di Stato. Non partecipò ai moti del ’48 per via dei legami che univano i Dandolo alla corona austriaca, ma partecipò gli anni successivi alla stesura del libro La caduta della Repubblica di Venezia e i suoi ultimi cinquant’anni. Fece così come i suoi illustri avi parte di quel gruppo di intellettuali che vergarono sapientemente la storia di questa straordinaria città.

Nel 1827 ricordiamo Pietro Dandolo di Alvise del ramo di San Tomà che cedeva ad un antiquario la spada del grande antenato Enrico trasmessa dalla madre Maria, sancendo la fine di questa grande e longeva famiglia. Da Ottone Dandolo fino a Girolamo, direttore dell’Archivio di Stato di Venezia, i Dandolo fecero parte della storia di Venezia per quasi mille anni lasciando un profondo solco nella memoria degli storici e di tutta la città. Tanto importante fu la memoria di Enrico Dandolo che il Comune di Venezia gli dedicò una lapide nella zona dove pare fosse nato, ossia vicino la riva del Carbon, oggi palazzo Farsetti. Pure le effigi sono ben chiare ancora oggi a Venezia, oltre al suo ritratto nella sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale, ci sono pure le opere che lo immortalano dipinte da Tintoretto e Aliense. Un’altra testimonianza è presente in quello che oggi la hall dell’Hotel Danieli, infatti possiamo ammirare un dipinto che richiama il doge Dandolo vestito da crociato intento a guidare l’assalto alle mura di Costantinopoli. I Dandolo quindi fecero parte della grande storia di Venezia, dagli albori alla sua caduta. E’ strano, o forse un segno del destino, che una volta tramontata questa famiglia, così partecipe alla vita della Serenissima, pure la gloriosa, stanca e violentemente cambiata città lagunare stiano declinando inesorabilmente.