Archive for Nicola Bergamo

La Venezia bizantina oggi

 

Venezia e Bisanzio ai giorni nostri

Come abbiamo visto in tutti gli articoli precedenti, Venezia e Bisanzio furono intrinsecamente legate tra loro per un lungo periodo di tempo. Ma cosa rimane di propriamente bizantino tra le calli e campielli della nostra amata città? Certamente ci sono due luoghi che più di tutti rappresentato questa simbiosi millenaria, Torcello, sede antichissima della proto Venezia e la Basilica di San Marco, punto focale della Serenissima. Questi sono gli esempi più chiari e nitidi della contaminazione costantinopolitana a Venezia ma non sono gli unici, anzi la città lagunare è costellata di reperti bizantini presi in gran parte durante il sacco della quarta crociata ma anche provenienti da alcuni doni fatti dai vari Imperatori bizantini nel corso dei secoli.

Partiamo allora da Piazza San Marco. La Basilica omonima che impera in questo luogo è di fatto una copia dell’antica chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli. Ovviamente durante i secoli essa cambiò di molto il suo aspetto, specie nella sua parte frontale. La facciata infatti venne decorata richiamando stile arabeschi e orientali forse per ritrarre la storia dell’evangelista Marco e la trafugazione delle sue spoglie mortali da Alessandria. Al centro della facciata troneggia la quadriga, anch’essa parte del grande bottino crociato e anch’essa portata in laguna direttamente dall’ippodromo di Costantinopoli. Le porte bronzee sono molto probabilmente di origine bizantina specie quella di San Clemente, l’antica porta da Mar, situata a sud vicino all’ingresso appunto al mare. Sempre in quella zona è facilmente individuabile il blocco di porfido rappresentante i tetrarchi posto ad angolo tra la chiesa e il Palazzo ducale. Curioso il buco posto sulla fronte di uno degli Imperatori, utilizzato dai Veneziani nel 1204 proprio per riuscire ad asportare la statua senza distruggerla. Vicino ai tetrarchi sono poste, oltre ad una variopinta miscellanea di marmi bizantini utilizzati per decorare quella parte di muro, due colonne di chiara manifattura orientale. Esse infatti, poste in un contesto artistico privo di senso, provengono dalla basilica di San Polieucto in Acri e trafugate dai Veneziani. I motivi floreali che caratterizzano queste due colonne rappresentano motivi sasanidi come le palmette alate e i pavoni, essi sono tra i primi esempi di questa forma artistica in tutto l’occidente.

All’interno della Basilica dorati e rifulgenti mosaici richiamano sapori d’Oriente e sapienti maestranze costantinopolitane, come la pala d’oro che, anche se di fabbricazione venetica, porta nella sua facciata diversi oggetti aurei portati da Bisanzio dopo la quarta crociata. Nel transetto sinistro vi è invece collocato uno degli oggetti più importanti di Venezia e forse tra i più venerati, vale a dire l’icona della Madonna Nicopeia. Quest’ultima, arrivata dopo la quarta crociata e di tradizione tipicamente bizantina, divenne ben presto un oggetto di culto e di venerazione tra le genti del luogo. A lei fu chiesta la grazia contro la peste nel 1630 e contro la siccità del 1820, a lei fu chiesto la protezione per la neonata repubblica del 1848 e la cessazione delle ostilità nel 1918 e 1945. Nel presbiterio vicino si può notare la presenza di colonne istoriate, di tradizione proto cristiana e del periodo costantiniano dimostrando così, per la nascente potenza veneziana, una sorta di continuità tra la Nuova Roma (Costantinopoli conquistata nel 1204) e appunto la città lagunare. Il presbiterio è separato dal resto della Basilica attraverso l’iconostasi ancora oggi molto presente nella struttura basilicale, richiamando ulteriori accostamenti alle chiese orientali.

Uscendo da quello che Napoleone chiamava il salotto d’Europa e muovendosi in direzione Castello, ci troviamo nella chiesa di San Zaccaria. Questo luogo di culto è tra i più antichi di Venezia dato che la sua origine viene data attorno al nono secolo, la sua fondazione infatti è ancora ammantata dalla leggenda. Pare che lo stesso Imperatore bizantino Leone V l’Armeno avesse donato alla città le spoglie del padre di San Giovanni Battista per rafforzare l’amicizia tra Venezia e Bisanzio e per questo i venetici edificarono la chiesa. Secondo altre fonti non documentate, fu proprio questo luogo a detenere le spoglie mortali dei primi dogi. Continuando il nostro viaggio virtuale alla ricerca di reperti bizantini sempre nel sestiere di Castello dove troviamo altre quattro chiese importanti per i nostri fini. La prima per ordine di importanza è la Basilica di San Pietro in Castello, sede patriarcale fino al 1808, non esistono dei suppellettili bizantini veri e propri, anche se un’icona li presente pare dire il contrario, ma è la stessa esistenza della chiesa che dimostra le antiche radici bizantine della città. Questo luogo, dopo Torcello, era l’epicentro della vita religiosa venetica e antico centro della Venezia medievale. I transfughi si rifugiarono qui e diedero poi vita alla città meravigliosa che noi tutti conosciamo. Insomma la chiesa di San Pietro è il primo passo verso l’indipendenza da Bisanzio. Proseguendo ancora per le calli di Castello troviamo le altre due chiese importanti per la nostra ricerca e ognuna di esse detiene un piccolo tesoro bizantino al suo interno. La Basilica di San Giovanni e Paolo espone ancora adesso un’antica icona bizantina portata a Venezia nel 1349, rappresentante una Madonna nera con in braccio il bambin Gesù. Nelle vicinanze di questa è ricordato, in una lastra sepolcrale, pure Alvise Diedo, ossia colui che riuscì a riportare sani e salvi molti Veneziani dalle furie turche dopo la conquista di Costantinopoli. Nell’altra chiesa, quella di Santa Maria Formosa, sempre sita in Castello, troviamo l’icona bizantina chiamata “La Madonna di Lepanto”, probabile opera di Nicolaus Safuris, essa era presente nella galea ammiraglia di Sebastiano Venier durante la battaglia di Lepanto e poi successivamente donata alla chiesa. Nella chiesa di San Francesco alla Vigna, anche se molto più moderna come struttura, un’icona di marmo bizantina vicino all’ingresso sulla parte sinistra impera ad imperitura memoria. Castello non detiene solamente l’antica sede patriarcale, ma pure l’Arsenale, antica fucina d’Europa e sede di capaci maestranze. I leoni che appaiono all’ingresso infatti provengono dall’oriente bizantino, tra loro, quello più conosciuto, il leone del Pireo, non è frutto di saccheggio proveniente dalla quarta crociata ma esso proviene della campagna militare vinta dal Morosini per la conquista della Morea (l’odierno Peloponneso). Il leone però aveva origine più antica; qualche tempo fa furono scoperte delle rune scritte sul corpo del felino marmoreo e riconducibili all’undicesimo secolo, periodo nel quale molti variaghi (nome bizantino degli scandinavi) servivono l’Imperatore di Bisanzio in qualità di mercenari.

Infine, muovendosi nella laguna nord e tornando all’isola che per prima donò i natali a Venezia, troviamo la chiesa dedicata alla Madre di Dio (ora chiamata Santa Maria Assunta) a Torcello. Come abbiamo visto la piccola isola, ora dimenticata e quasi del tutto spopolata, offriva un grande mercato e la chiesa più antica della laguna. Al suo interno vi sono diverse reminiscenze bizantine. La più importante è forse il giudizio universale, un mosaico che comprende tutta la controfacciata. Gigantesco e quasi unico nel suo genere fu commissionato da Venezia nell’undicesimo secolo ed è quasi certa la partecipazione di maestranze bizantine in questo frangente. Il presbiterio, separato anche in questo caso da un’iconostasi, detiene quella che è considerata la pietra miliare della storia veneziana, ossia una lapide, tradotta nel secolo scoro del bizantinista Pertusi, che dimostra l’importanza che ancora godeva Bisanzio nel controllare Venezia nel settimo secolo. Questo è il frammento più importante per raccontare la storia di Venezia nel periodo dell’alto medioevo. Nel catino dell’abside, poi, un altro grandissimo e rifulgente mosaico rappresentante la figura della Madre di Dio, in greco Theotokos, dimostra quanto gli artisti venetici fossero influenzati dell’arte bizantina ancora in quegli anni (siamo nel tredicesimo secolo). Questa chiesa, assieme a quella vicina di Santa Fosca, essendo in una posizione più defilata non ha subito alcuna forma di contaminazione architettonica dovuta alla moda nei secoli, ma si è mantenuta integra con la bellezza e semplicità tipica delle chiese bizantine.

Come abbiamo visto i segni di Bisanzio sono ancora molto presenti a Venezia. Ovviamente per limiti di spazio non ho potuto spaziare su tutte le presenze bizantine presenti nella città ma ho elencato solamente quelle più delineate e specialmente visibili al grande pubblico. Spero che dopo questo breve articolo, il lettore del Gazzettino Illustrato possa recarsi in questi luoghi ed ammirare quanto Venezia abbia di bizantino ancora ai giorni nostri

La quarta crociata

La quarta crociata

Correva l’anno del Signore 1198, Papa Innocenzo III, volenteroso emulatore dei suoi predecessori lanciò quella che gli storici chiamarono quarta crociata. Gerusalemme era ormai caduta nelle mani di Saladino e l’intera cristianità occidentale tentava un suo pronto recupero. Certo la volontà non mancava al nuovo pontefice, il suo appello però non riuscì a raccogliere nessuna testa coronata d’Europa ma solamente signorotti locali intenzionati ad arricchirsi grazie alla nuova spedizione militare. Di fatto quell’ammasso di gente che si trovò pronta a salpare per liberare la terra santa nel 1198 era senza un vero e proprio leader. La persona che raccolse l’eredità di Riccardo Cuor di Leone fu Bonifacio di Monferrato che venne riconosciuto come comandante in capo da parte della Chiesa. I crociati, così, ricercarono un porto dal quale poter imbarcare le proprie truppe per dirigerle verso l’Egitto considerato il vero tallone d’Achille dell’impero mussulmano. Dopo aver scartato diverse città, Bonifacio arrivò a Venezia nel 1201 dove venne accolto felicemente dal doge Enrico Dandolo. La trattativa portò ad un accordo commerciale molto favorevole a Venezia (pare per la grande capacità diplomatica del quasi cieco Enrico Dandolo) che, in cambio della costruzione di un’imponente flotta, ottenne la promessa di 85mila marchi d’argento. Venezia fece la sua parte visto che le galere erano pronte per la data stabilita, qualcosa però non funzionò dall’altra parte, visto che i crociati erano meno di quelli previsti e non erano in grado di pagare la cifra pattuita. La situazione rimase in stallo per qualche tempo visto che Venezia non voleva rovinare i rapporti commerciali con l’Oriente ma allo stesso tempo non poteva permettere che i crociati stazionassero nel suo territorio. Fu un nuovo patto tra Enrico Dandolo e Bonifacio di Monferrato a permettere che la situazione si sbloccasse, i crociati sarebbero partiti presto ma Venezia li avrebbe accompagnati nella guerra santa. Fu così che Enrico Dandolo, grande oratore e abilissimo politico, prese la croce nella chiesa di San Marco gremita dalla gente veneziana raccolta per la messa e dichiarò i suoi intenti; la flotta crociata e quella Veneziana partirono i primi di novembre del 1202 verso l’Egitto. La missione però, al posto di recarsi immediatamente in Oriente, fece una sosta “armata” nella città di Zara, ribelle a Venezia da qualche tempo, che venne messa a ferro e fuoco e riconquistata dalla Serenissima. Il Papa, saputo dell’accaduto, scomunicò immediatamente la crociata, i baroni francesi risposero di essere sotto il controllo obbligato dei Veneziani ed erano impossibilitati ad agire autonomamente, così Innocenzo tolse la scomunica ai crociati lasciandola solamente ai lagunari. Enrico Dandolo non penso minimamente a fermarsi e continuò la sua rotta verso l’Oriente grazie pure ai suoi contatti con un altro scomunicato, ossia Filippo di Svevia, il quale era imparentato con un Imperatore di Bisanzio decaduto e come vedremo molto importante per i risvolti futuri della quarta crociata, Alessio IV. Questo personaggio era figlio di Isacco II, Imperatore bizantino detronizzato da una congiura di palazzo, si era recato dai crociati per chiedere loro aiuto per riottenere il regno. In cambio offriva un contingente di soldati per la crociata, la riunificazione delle Chiese dopo lo scisma del 1054, e grandi privilegi commerciali a Venezia. Il Papa venuto a conoscenza di queste nuove trattative tolse la scomunica ai Veneziani che così furono liberi di agire come avrebbero voluto. Dandolo fu felicissimo da poter garantire ulteriori spazi commerciali alla propria città e così convinse il resto dei generali a deviare la crociata a Costantinopoli. La capitale dell’Impero non accolse amorevolmente il nuovo Imperatore e i Veneziani furono costretti a combattere per aprirsi una breccia nelle mura della città. Questa però non fu l’unica sorpresa che accolse i crociati e Veneziani a Bisanzio, Alessio IV infatti, anche se eletto co-imperatore con il padre cieco Isacco II, tentò di mantenere le promesse ma né la Chiesa ortodossa né la gente comune voleva scendere a patto con i latini. Una congiura ordita da Alessio, chiamato poi Morzulfo, andò a buon fine e sia Isacco II che Alessio IV furono uccisi e Alessio divenne Alessio V, nuovo imperatore di Bisanzio. Appena salito al trono egli dichiarò che non avrebbe mantenuto le promesse fatte ai crociati e ai Veneziani. La spedizione latina però non volle tornare in patria a mani vuote e così si organizzò per la conquista della città. Una lettera inviata dal Papa che conteneva la scomunica alla truppa nel caso di conquista di Costantinopoli venne intercettata dai Veneziani e sequestrata. Si decise quindi di attaccare la Nuova Roma e successivamente alla conquista ci si accordo affinché sei Veneziani e sei crociati avrebbero poi eletto l’Imperatore del nuovo Impero latino d’Oriente. Se l’eletto imperiale fosse stato Veneziano allora il patriarca sarebbe stato crociato e viceversa. Con questo patto politico, la spedizione militare attaccò la capitale imperiale. Il primo attacco avvenne il 9 aprile 1204 ma fu quello del 12 dello stesso mese ad avere successo grazie ad uno stratagemma Veneziano che permise la conquista della “Città”. Nessuno prima d’ora era riuscito in questo intento dalla data della fondazione di Costantinopoli nel 330, l’orda penetrò le mura teodosiane e saccheggiò la città per 14 giorni. I Veneziani non si tirarono indietro, ma a differenza dei Francesi conoscevano le cose di valore e se ne impossessarono in grande quantità addobbando poi la loro città al ritorno in laguna.

Una volta terminato il saccheggio e la distruzione di moltissime e inestimabili opere d’arte, i Veneziani bocciarono la nomina di Bonifacio di Monferrato come nuovo Imperatore d’Oriente e puntarono invece la loro elezione verso il barone Baldovino di Fiandra che venne incoronato a Santa Sofia il 16 maggio 1204. Per i patti precedenti venne eletto un patriarca latino Veneziano Tommaso Morosini. I territori dell’Impero bizantino vennero divisi in quattro parti: una parte all’Impero latino e quindi a Baldovino, una parte al marchese di Monferrato, una parte ai principi e ai baroni Franchi e l’ultima a Venezia. La Serenissima riuscì ad imporre tutte le sue scelte in materia territoriale ottenendo scali commerciali importantissimi come Candia, Eubea, numerosi porti nel Peloponneso e un nuovo quartiere Veneziano nella città di Costantinopoli con la successiva espulsione di tutti i rivali commerciali della repubblica. Enrico Dandolo fu insignito della carica di “Signore di un quarto e mezzo dell’Impero Romano d’Oriente” e fu il vero vincitore politico della quarta crociata. Il cronachista Goffredo di Villehardouin lo descrisse così : « un vecchio gigante che ha ancora la forza di galoppare, per affrontare con la sua abituale fierezza, anche l’ultimo nemico:la morte. ». Il doge non tornò mai più a Venezia e rimase a Costantinopoli per difenderla dai Bulgari nell’assedio del 1205, all’età di 95 anni, quasi totalmente cieco morì e fu sepolto nella chiesa di Santa Sofia dove ancora le sue spoglie mortali risiedono.

Grazie a questa conquista Venezia divenne potentissima, il guadagno monetario fu inestimabile ma è il rafforzamento militare e commerciale nel levante bizantino che permise il decisivo salto di qualità. Venezia divenne così un punto di riferimento per tutt’Europa e così vi rimase fino almeno al XVI secolo, grazie, in gran parte, alla conquista di Costantinopoli. Non si hanno notizie certe riguardo le possibili colpe da parte di Venezia, sta di fatto però che fu Enrico Dandolo il fautore di tutto questo, pare, almeno secondo la leggenda, per via dei pessimi rapporti che aveva avuto quando era ambasciatore presso Bisanzio. Quell’esperienza fu traumatica per il Dandolo tanto da perdere quasi totalmente la vista per via di un diverbio con l’Imperatore. Piace ricordarlo così, un po’ uomo, un po’ leggenda, ma soprattutto un grandissimo politico.

La Venezia bizantina

La Venezia bizantina

“Non abbiamo dimenticato il vostro santo governo, sotto il quale un tempo abbiamo vissuto in pace ed al quale, con l’aiuto del Signore, con tutte le forze aspiriamo tornare”. (Sinodo vescovi Venetia et Histria 590, messaggio a Maurizio Imperatore)

Questo lanciato dai Vescovi della Venetia et Histria, era una straziante richiesta d’aiuto, non tanto dal giogo barbarico imposto dai Longobardi, almeno non solo, bensì dalla diatriba cristologica che si era venuta a creare in quelle terre. La chiesa a quel tempo non viveva di tranquillità ecumenica ma era sconvolta da diverse correnti di pensiero che la flagellavano in diverse forme. Non era immune neppure la nostra bella ma ancora aspra seconda Venezia. A differenza però di tutta l’entroterra, la piccola comunità lagunare aveva deciso di stare con l’Impero e si seguire la stretta osservanza in materia di fede dimostrando oltre ad un attaccamento alla Roma d’Oriente, pure una voglia di demarcazione netta con il resto dell’entroterra. La frattura quindi, divenne irreversibile, anche se lo scisma rientrò verso la fine del VII secolo lasciando due patriarchi rivali, uno a Grado sotto il controllo imperiale, e uno ad Aquileia sotto il governo longobardo. Nel 616, Concordia venne conquistata e anche in questo caso la popolazione si spostò verso le più sicure lagune con il proprio vescovo, fondando la nuova città di Caorle che divenne la sede vescovile.

Il governo di Maurizio, venne violentemente interrotto dall’usurpatore Foca che per poco non fu l’ultimo imperatore a sedersi sul trono di Salomone. Per grazia divina si fece largo, tra le genti di Cartagine, un uomo dalla lunga e bionda barba chiamato Eraclio, che, durante il suo lungo regno, vinse definitivamente i Persiani e recuperò la vera croce precedentemente rubata da quest’ultimi a Gerusalemme. Eraclio, il vittorioso, il pio, il glorioso, ebbe però poco tempo per aiutare la parte occidentale. La sua attività in laguna è riconducibile a ben poca cosa, di certo è da ricordare il cambio di nome dell’antica città di Melidissa a Heraclia in onore di se stesso.

Bisanzio, comunque, non lasciò indifesi i propri sudditi, tanto che la politica attiva di Gregorio, un alto ufficiale imperiale, permise di mantenere Oderzo come caposaldo nel mare longobardo. Nel 639 le cose cambiarono ancora; il nuovo re Rotari lanciò una nuova e robusta campagna militare che portò alla conquista della Liguria, della terraferma veneta e portò poi alla distruzione delle città di Oderzo e di Altino. Come per le altre città, le popolazioni emigrarono verso le lagune e il vescovo Magno si trasferì ad Heraclia, nuova sede scelta dai bizantini per difendere gli ultimi brandelli di territorio. Gli abitanti di Altino invece si stabilirono nell’isola di Torcello insieme al loro vescovo. Nel 640, il governo di Bisanzio fece erigere una chiesa bellissima ed importante: la cattedrale di Santa Madre di Dio a Torcello. L’ordine fu dato dall’esarca Isacio, dall’Imperatore Eraclio e dal magister militum Maurizio che governava quelle terre per conto dell’Impero. Un’iscrizione nella chiesa dedicata a Santa Maria Madre di Dio (Torcello) dice che venne fondata nel ventinovesimo anno di Eraclio per ordine dell’Esarca Isacco a ricordo dei suoi successi e di quelli del suo esercito. La costruzione è portata a termine da Maurizio il locale Magister Militum e consacrata dal vescovo Mauro. Questa iscrizione marmorea dimostra due cose: la prima testimonia sicuramente la effettiva nascita di Venezia, la seconda invece cancella le patriottiche date dei natali della città lagunare del VI secolo. Il legame tra Venezia e Bisanzio in quegli anni era ancora fortissimo e la provincia Venetiarum era ancora parte integrante dell’immenso impero d’Oriente e i suoi capi rispondevano direttamente a Ravenna.

La costruzione di questa grandiosa chiesa dimostrava il lento scivolamento delle istituzioni imperiali verso la laguna aumentando così l’importanza dell’isola di Torcello. La lenta traslazione continuò anche negli anni seguenti quando tra il 740 e il 742, la capitale del dogado venetico passò da Eraclea a Malamacco sancendo così il completo distaccamento dalla terraferma. Il definitivo spostamento a Rivoalto avvenne però solamente nel nono secolo durante le lotte tra Carlo Magno e Bisanzio per il controllo di quelle zone. La crescita lenta ma costante della popolazione nelle isole lagunari è testimoniato pure dallo storico di riferimento, Giovanni Diacono che le descrive tutte nel dettaglio. La prima Grado, viene enumerata tra le isole anche se di fatto risiedeva nella terraferma, viene descritta come città inaccessibile protetta da possenti mura, ricca ed opulenta come lo era l’antica capitale della grande Venezia, Aquileia. Grado è per lo storico venetico la nuova capitale del ducato “cosicché essa è generalmente nota come la capitale e la metropoli della nuova Venezia”. La seconda isola è Bibione. La terza isola è quella di Caprola, l’odierna Caorle, dove il vescovo di Concordia portò la sua chiesa dopo essere scappato dalla lame longobarde. La quarta isola è quella di Eraclea, Giovanni Diacono afferma che sia stata costruita dall’Imperatore stesso ma al tempo desueta e ricostruita dai venetici. La quinta isola è quella di Equilo, l’odierna Jesolo, dove altri profughi vi trovarono dimora dopo la distruzione di Oderzo ed ottennero pure un nuovo vescovado. La sesta isola è quella di Torcello. La settima isola è quella di Mureana, l’odierna Murano. L’ottava isola è quella di Rivolato dove il nostro storico piazza già il vescovado e grande ricchezza, ovviamente sbagliando di qualche secolo. La nona isola si chiama Metamauco, l’odierna Malamocco, la quale, alla pari di Torcello, godeva di grandi difese naturali essendo inaccessibile via terra e difficilmente raggiungibile via mare. La decima è Popilia, l’odierna Poveglia, un’isola fortificata a difesa di Malamocco. Infine le ultime due, l’undicesima e la dodicesima che formavano l’odierna Chioggia ma al tempo erano divise tra minore (odierna Sottomarina) e la maggiore (odierna Chioggia). Appare chiaro quindi un panorama ben strutturato nella laguna, ma non solo, visti pure i riferimenti terrestri di Giovanni Diacono riguardo i domini venetici (o ancora imperiali) nel litorale.

Dal nono secolo, con la costituzione del ducato e i contemporanei grossi problemi militari che affliggevano Bisanzio, la seconda Venezia ebbe la possibilità di emanciparsi lentamente ma inesorabilmente. L’Impero la inquadrò nella sua area geopolitica durante lo scontro con Carlo Magno e la difese dalle pretese di Pippino, ma fu l’ultimo vero intervento armato da parte di Bisanzio nelle lagune venetiche. Da quella data in poi la seconda Venezia, che da ora in poi chiameremo semplicemente Venezia, si distaccò dalla sua madre e come una giovane e bella figlia si emancipò rendendosi protagonista di una lunga storia che la portò a divenire una delle città più importanti del mondo.

L’impero veneziano

L’Impero Veneziano

I Veneziani della Romània, ossia come loro stessi chiamavano i domini nell’Impero bizantino, erano straordinariamente felici dopo la conquista di Bisanzio e straordinariamente grati al loro illustre doge Enrico Dandolo. Gli accordi erano molto chiari e prevedevano sempre un contrappeso veneziano nel potere crociato. Se l’imperatore del nuovo Impero fosse stato crociato allora il patriarca di Costantinopoli sarebbe dovuto essere Veneziano ed il contrario. La suddivisione dell’impero bizantino avveniva in base all’accordo firmato tra tutti e contemplava tre ottavi dell’intero territorio che apparteneva a Bisanzio. Il novantenne doge riuscì poi a sottrarre un’importantissima isola, vitale per il futuro sviluppo del commercio veneziano nell’Egeo e nel Mediterraneo, vale a dire l’isola di Creta. Essa apparteneva a Bonifacio che però la voleva vendere ai rivali Genovesi. Così, il doge Veneziano, grazie alla sua indubbia capacità politica, riuscì a convincere il Marchese a farsela dare proponendo un’offerta maggiore ai rivali e ottenendola nell’agosto del 1204. Dandolo pagò a Bonifacio ben 1000 marchi sapendo però che una volta giunti a Creta i lagunari avrebbero dovuto conquistarla militarmente. Nel settembre del 1204, Veneziani e crociati, si incontrarono per rendere operative le suddivisioni precedentemente accordate. Venne costituita una commissione di dodici Veneziani e dodici crociati con il compito di redigere un nuovo trattato che avrebbe integrato quello già sottoscritto in marzo. Solo i lagunari conoscevano bene la zona e il concordato assegnò loro valenti zone commerciali, la capitale poi venne divisa tra imperatore e doge, spettò così a Baldovino i cinque e a Dandolo i tre ottavi della stessa. Ai Veneziani andarono poi le terre da Adrianopoli al mar di Marmara e a ovest fino a Gallipoli, ai crociati quello che rimaneva. Nella penisola balcanica tutti i territori a sud di Durazzo fino a Naupatto, sul Golfo di Corinto, nonché le isole ionie di Corfù Leucade, Itaca, Cefalonia e Zacinto, e la parte occidentale del Peloponneso, fino ai porti di Modone e Corone. I Veneziani poi rivendicarono l’isola di Eubea, meglio conosciuta come Negroponte, l’isola di Salamina, Egina e Andro. L’accordo siglava di fatto la nascita del nuovo Impero lagunare visto che prevedeva andasse ai Veneziani gran parte della costa dalmata, la costa occidentale della Grecia e le isole che poi sarebbero tornate utilissime per gli scali commerciali fra Venezia e Costantinopoli.

Il primo giugno dell’anno 1205, un anno dopo la conquista di Costantinopoli, però, l’artefice dell’impresa Enrico Dandolo morì combattendo i Bulgari che assediavano Bisanzio e volle essere sepolto nelle terre della Romània, affinché le sue gesta fossero ricordate ad imperitura memoria. Dopo la sua morte i Veneziani elessero un nuovo capo, Marino Zeno, che per primo adottò il titolo di podestà e signore dei tre ottavi dell’Impero di Romània. La sua nomina venne rettificata dai suoi funzionari e pare che si ventilasse addirittura l’idea di uno spostamento della capitale da Venezia a Costantinopoli. Nell’ottobre del 1205 il podestà firmò un protocollo di intesa con la madrepatria che obbligava tutti i nuovi territori alla piena e completa sottomissione alla repubblica. Nel 1207 fu inviato, a sostituire lo Zeno, Ottaviano Quirino con un nuovo testo che regolamentava la comunità veneziana a Costantinopoli. Ora pure il podestà dipendeva dal voto di maggioranza del consiglio in madre patria, tutta la comunità era modellata sullo stessa riga di Venezia, con i suoi giudici, tribunale e il suo tesoro. Il podestà quindi governava su una grande fetta dell’antica capitale bizantina, molto più grande di quella concessa loro dai Comneni un secolo prima. Allo stesso tempo il governo veneziano di Romània pian piano estrometteva tutti i possibili concorrenti commerciali dalla città, personificati in gran parte dai commercianti Pisani e Genovesi.

La conquista di Creta però ricoprì un’importanza assai superiore in ottica futura, visto che l’isola rimase di proprietà venetica per oltre quattro secoli e sopravvisse pure alla riconquista bizantina di Costantinopoli, con la conseguente scacciata dei Veneziani da quelle terre. Ci vollero diversi anni affinché la situazione si stabilizzasse e soprattutto ci vollero diversi interventi militari da parte di Venezia per portare a termine una vera e propria colonizzazione di Creta. Inoltre i Genovesi si erano inseriti nella battaglia politica rendendo le cose ancora più difficili. Nel 1212 l’isola venne divisa in sei diversi feudi, così come lo erano i sestieri a Venezia. Per ogni sestieri lagunare vi era un corrispettivo candiano e la repubblica incentiva l’emigrazione verso quelle terre, regalando tenute e proprietà con l’obbligo di difenderle dagli attacchi dei nemici. Un solo territorio rimaneva sotto il diretto controllo della Repubblica ed era la città di Candia con le sue periferie. L’isola venne amministrata come la città lagunare, ossia con a capo un duca il quale era nominato dal Maggior Consiglio, coadiuvato da due consiglieri. Gran parte delle decisioni però venivano prese dal Maggior Consiglio di Candia composto da tutta la nobiltà greca e veneziana dell’isola. Gran parte delle magistrature erano molto simili a quelle della madrepatria anche se vi era una certa differenza etnica, visto che quelle più importanti andavano a favore dei Veneziani mentre quelle minori agli indigeni. La parità invece era garantita per quanto concerne la fede religiosa.

Anche se il sistema così all’avanguardia per quel periodo (l’Inghilterra organizzò il suo sistema coloniale, sotto certi aspetti, in maniera molto simile) prometteva bene, la situazione degenerò velocemente tanto che la Serenissima tolse ogni potere amministrativo ai delegati dell’isola dopo la grande rivolta del 1363. Da quella data in poi fino al 1669, anno della conquista da parte dei Turchi (dopo ben 22 anni di assedio), Creta rimase un dominio veneziano solido e prosperoso che permise ai Veneziani di tenere ben saldo il suo controllo sui commerci in medio Oriente.

Venezia, almeno fino al crollo della “sua creatura” ossia l’Impero latino d’oriente, riuscì a mantenere una sorta di monopolio su tutto il commercio europeo con l’Oriente. Grazie alla conquista della capitale bizantina, la Serenissima, poté riempire le sue casseforti di oro e la sua città di ricchezze architettoniche di ogni genere. Il suo nuovo impero prosperò per quasi un secolo e poi, nel quattordicesimo secolo, inizio quel lento declino che portò alla perdita prima di Costantinopoli (1261) e di tutti i territori limitrofi: gli “occhi della Repubblica” Modone e Corone(1500), Cipro (1573), Candia (1669), Morea (1715), Corfù (1797).

Anche se il ’500 veneziano viene normalmente considerato l’ultimo grande periodo d’oro della città, rimane però l’ultimo canto del cigno di una gloriosa civiltà che, perduta la sua vocazione acquea, si ritirò nei suoi domini “de tera” rivelando così la profezia del doge veneziano che aveva predetto la fine della Repubblica quando avrebbe perso i suoi interessi sul mare a favore di quelli di terra. Venezia lasciò, nei territori che fecero parte del suo Impero, dei segni tangibili ancora oggi riscontrabili nei linguaggi, nella toponomastica e nell’architettura.

Verso l’unità d’Italia

(L’entrata di Vittorio Emanuele II a Venezia, il 7 novembre 1866, in un quadro dell’epoca di autore anonimo)

Voglia di Unità a Venezia, gli anni “austriaci” (1861-1866)

“Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, ecc. ecc. ecc. Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico. Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dezllo Stato, sia inserita nella raccolta degli Atti del governo mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato”

Il 17 marzo del 1861, 150 anni fa, si dava vita alla proclamazione del regno d’Italia. Vittorio Emanuele II fu il primo re d’Italia e nominato “padre della patria”. Dell’Italia fisica mancavano ancora diverse zone “italiche”, ma il risultato era di gran lunga più roseo di quanto si potesse aspettare lo stesso Cavour qualche anno prima. Nacque così il primo vero stato italiano fondato e gestito da Italiani, anche se da li a poco lo stesso Massimo D’Azeglio (o forse Ferdinando Martini) dovette ammettere che “abbiamo fatto l’Italia e ora dobbiamo fare l’Italiani”. Quello che di fatto era un’unione politica ora necessitava di coesione sociale specialmente nella lingua, gran parte mutuata da quella fiorentina, che era poco conosciuta tra le genti italiche e praticata solamente da certe élite risorgimentali.

Mentre l’Italia iniziava quel lento ma inesorabile processo di unificazione, altre regioni, italiane per gente e per lingua, ma politicamente estranee alla stessa, languivano fuori dai confini patri: le tre Venezie rimanevano saldamente unite all’Austria e lo stato Vaticano manteneva ancora il possesso dell’intero Lazio.

Venezia, forse la più vilipesa dalla restaurazione post rivoluzione francese operata dall’Impero austriaco, rimaneva sotto lo stretto controllo degli Asburgo. La situazione era, se possibile, ancora peggiore rispetto alla prima dominazione, visto che dopo il breve periodo napoleonico gli Austriaci imposero una stretta vigilanza sull’antica Dominante. Gran parte delle famiglie aristocratiche, una tra tutte i Dandolo, appoggiavano da sempre la corona asburgica e vedevano come fumo negli occhi le iniziative borghesi come quelle che portarono ai moti del ‘48 con il governo di Manin. Quell’esperienza segnò terribilmente i Veneziani che per 18 mesi avevano sperato di aver allontanato per sempre la pesante presenza degli Austriaci. Ma ancora più cruenta, almeno a livello morale, fu la pace di Villafranca che sanciva il definitivo abbandono delle terre venete, friulane e trentine (nonché dalmate e istriane) al governo degli Asburgo. Il regno d’Italia era nato, certo, ma era di fatto mutilato.

La popolazione a Venezia era in fermento e vedeva l’unione con il resto dell’Italia una possibilità di rinascita della propria città. Genova infatti, grazie alla nuova politica italiana, fu l’epicentro industriale di un rigoglioso sviluppo della cantieristica navale, gran parte delle rotte commerciali, poi, furono dirottate sul capoluogo ligure a discapito proprio della città lagunare. Quegli anni rappresentavano sempre di più la decadenza di Venezia tanto che lo stesso Wagner, giunto in laguna nel 1858, navigando sul Canal Grande registrava “impressioni malinconiche […] di grandezza, bellezza e decadimento” ma soprattutto ricordava “Le cause di questo cambiamento risiedono in parte nel mutato carattere della civiltà mondiale. In parte nella crescente povertà della città, condizionata da quattrocento anni di decadenza commerciale, ma soprattutto nella collera implacabile nell’inconsolabile scontentezza con cui il popolo guarda alla propria politica presente”. Howells, console americano del governo austriaco a Venezia dal 1861 al 1865, affermò che gran parte delle colpe del decadimento di Venezia erano imputabili agli Austriaci tanto che il loro governo era “così illiberale nel rivolgersi a coloro che per qualsiasi ragione hanno a che fare con gli Austriaci”. Tutto questo avveniva, sempre per il console, per colpa della mancata unione con il resto d’Italia nel 1859. Pure la musica pare avesse delle connotazioni politiche visto che “appena la musica cessa, gli Austriaci spariscono e gli Italiani ritornano in Piazza”, e la scelta dei caffè rappresentava una scelta di campo, tranne che per il Florian che godeva invece di fama di essere una sorta di porto franco. Il caffè Quadri invece era considerato da Howells un fortino austriaco mentre il caffè Specchi, verso la Fabrica Nuova (l’ala napoleonica), era da considerarsi patriottico e più borghese rispetto al Florian. Le manifestazioni anti austriache erano all’ordine del giorno lo stesso console americano fu testimone di una esplosione di un grosso petardo durante la messa a San Marco per il genetliaco dell’Imperatore. La situazione diveniva sempre più critica e difficile da gestire.

Quello che più preoccupava era la recessione economica specie dopo il trattato di Villafranca che aveva scardinato il duopolio Lombardo-Veneto con la sua produttiva rete commerciale. La produzione navale era drasticamente scesa e l’Arsenale perdeva lentamente la sua funzionalità di “fabbrica” a favore dei nuovi cantieri costruiti prima a Trieste e poi a Pola. La successiva perdita dei posti di lavoro della industria navale pesava terribilmente sull’economia sociale veneziana.

Con il riacutizzarsi della crisi tra Prussia e Austria per il controllo della confederazione tedesca e con il conseguente blocco continentale, Venezia ebbe risvolti ancora più drammatici. Nel 1863 Vienna pensò ad uno statuto speciale, specie dopo la perdita della Lombardia, annullando la Provincia di Venezia e dividendola tra le provincie circostanti, ampliando poi il territorio di competenza comunale. Il progetto però non si concretizzò visto che nel 1866 la guerra tra Austria e Prussia portò Venezia nell’area italiana. Gli ultimi giorni del governo austriaco a Venezia trascorsero in un clima di attesa, Edmondo de Amicis, all’ora giovane ufficiale di fanteria in sede a Mestre, aveva incontrato tre donne che gli raccontarono di essere fuggite furtivamente da Venezia; era proprio il futuro autore del libro Cuore ad apparir loro come “primo italiano”. La riconoscenza delle donne si dimostrò immediatamente con lo svolazzamento delle loro gonne, mostrando, ad un sorpreso De Amicis, un tricolore con il simbolo sabaudo ricamato nel mezzo.

Venezia fu consegnata agli Italiani tramite Leboeuf inviato francese, gli Austriaci infatti, visti i pessimi risultati militari ottenuti dagli Italiani, avevano acconsentito di donare il Veneto solamente ai Francesi che poi lo avrebbero, a loro volta, donato all’Italia. Così il 19 ottobre 1866, in una stanza dell’Hotel Europa, Leboeuf consegnava il Veneto agli inviati Italiani. La popolazione accolse con grande gioia la dichiarazione d’unione con l’Italia tanto da innalzare il tricolore in Piazza San Marco. Successivamente al suono delle campane a festa, apparivano migliaia di bandiere italiane sulle finestre di ogni casa, mentre un ultimo saluto fu dato alle truppe austriache che lasciarono il bacino San Marco alla volta di Trieste. Il successivo e obbligatorio plebiscito non destò alcun sospetto, ma fu di fatto una presa in giro. Ricasoli lo definì una ridicolaggine, mentre Beggiato lo ha definito “la grande truffa”. La cosa era di poca importanza, visto che la cessione era già stata decisa, quindi il risultato doveva essere per forza positivo per l’annessione, Napoleone III lo aveva richiesto espressamente. Il giubilo continuò per molti giorni: il 21 ottobre venne rinominato, in memoria dei fucilati Bandiera e Moro, il vecchio campo della Bragora, il 27 ottobre si proclamò il risultato del plebiscito, 647.246 votarono SI, 69 votarono NO. Il 7 novembre del 1866, il Re arrivò alla stazione dei treni a Venezia dove lo attendevano tutti i notabili. Egli poi si imbarcò su una lancia reale vogata da 18 rematori e scortato da una miriade di gondole. La folla era entusiasta e il sovrano dovette affacciarsi per ben tre volte dal palazzo che gli era stato assegnato. Il 25 novembre e il 3 dicembre si svolsero le elezioni politiche che fecero scegliere pure due importanti superstiti del governo provvisorio del ’48.

Dopo le grandi manifestazioni, però, Venezia tornò a fare i conti con il suo triste destino. L’unione con l’Italia non aveva portato i risultati sperati. Anzi, il valore politico di Venezia era, se possibile, diminuito ulteriormente . Non era più la capitale del Lombardo Veneto o della regione dei Veneti, come durante la dominazione austriaca, era semplicemente divenuta una delle tante città del nuovo regno d’Italia.

Non bisogna dimenticare, infine, il terribile flagello dell’emigrazione contadina. Dopo l’unione con l’Italia il Veneto subì il più grande esodo di massa che la sua storia ricordi. Nei 24 anni successi emigrarono una quantità abnorme di veneti pari a 1385000, specialmente verso l’America del Sud dove costituirono grosse comunità.

Oggi, festeggiando i 150 anni dell’Unità d’Italia, possiamo ricordare gli illustri Veneziani che credettero, ad un progetto reale ed effettivo, basato sulla costruzione di un grande e nuovo paese governato da Italiani. Forse la loro ambizione era un’altra, magari l’indipendenza come ai tempi della Serenissima, oppure, molto più probabile, avevano capito che non avrebbero avuto alcun futuro se fossero rimasti soli.

Il dubbio è ancora vivo ai giorni nostri ma la risposta non è ancora chiara a tutti.

Bibliografia succinta

A. Zorzi, Venezia Austriaca, Gorizia 2000
W. D. Howells, Vita a Venezia dal 1861 al 1865 (Venetian Life), traduzione a cura di C. Nadin, Venezia 2006

Articolo uscito su “Il Gazzettino Illustrato”, Calliandro Editore, Gennaio 2011.

I Longobardi

I Longobardi. Dalle origini mitiche alla caduta del regno in Italia

I Longobardi. Dalle origini mitiche alla caduta del regno in Italia

I LONGOBARDI
dalle origini mitiche alla caduta del regno in Italia
Leg, Gorizia 2012

La storiografia ufficiale italiana, specie quella risorgimentale, ha spesso sottovalutato l’importanza della storia dei longobardi. Eppure questo popolo dimostrò una spiccata duttilità nell’integrarsi nel complesso scacchiere italico tanto da regnarvi per quasi duecento anni. Secondo molti storici, il regno longobardo fu foriero di importanti cambiamenti, perché furono proprio le Völkerwanderungen a portare la penisola nel Medioevo. Con l’arrivo dei longobardi si spense ogni velleità bizantina riguardo al mantenimento della provincia italica e, allo stesso tempo, con l’istituzione dell’esarcato si tentò di contenere l’espansione barbarica. La lotta tra longobardi e bizantini fu aspra, specialmente all’inizio della migrazione, e portò a violenti scontri, spesso a favore dei primi, ma quando il regno longobardo riuscì a radicarsi, istituì una solida realtà istituzionale e un saldo organismo territoriale attraverso un lungo ma costante percorso di riunificazione di tutte le tribù che avevano partecipato alla conquista della penisola.

Pagina Facebook dedicata: https://www.facebook.com/ilongobardiNicolaBergamo/

Recensioni ed altro:

  1. Su questo video la Rai consiglia l’acquista del libro
    http://www.raistoria.rai.it/articoli/italia-viaggio-nella-bellezza-i-longobardi-di-cividale/29786/default.aspx
  2. Intervista con l’autore per Talento della Storia
    http://www.talentonellastoria.com/talento-nella_storia-bergamo_nicola.htm
  3. Video della presentazione del libro presso la Feltrinelli di Milano organizzata dall’Associazione Italia Medievale
    https://www.youtube.com/watch?v=oI9OFZNWbf8 
  4. Recensione su “Libero” di Marco Respinti
    https://ilpalazzodisichelgaita.wordpress.com/2013/01/14/con-i-longobardi-il-vero-risorgimento-delloccidente/
  5. Presentazione del libro a Benevento, dicembre 2012
    http://www.ilvaglio.it/archivio/104085/presentato-il-libro-di-nicola-bergamo-i-longobardi-dalle-origini-mitiche-alla-caduta-del-regno-d-italia-.html

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Irene, Imperatore di Bisanzio

Irene, Imperatore di Bisanzio

Irene Imperatore di Bisanzio, Nicola Bergamo

“Irene, Imperatore di Bisanzio” Jouvence, Milano 2015
Premessa di Paolo Cesaretti

Irene di Bisanzio, unica donna ad assumere il titolo imperiale maschile, è conosciuta soprattutto per aver sconfitto l’iconoclastia, riportando la Chiesa d’Oriente in comunione con tutte le altre. Per questa ragione venne proclamata Santa e ricordata come colei che salvò l’unità del mondo cristiano. Forse non tutti sanno però che Irene fu anche e principalmente una donna di governo e di guerra, che non esitò a uccidere il figlio e altri nemici politici per perseguire quello che riteneva essere il bene dell’Impero. Una donna di potere e di fede che può essere compresa a fondo solo prescindendo dalla mentalità moderna e cercando di interpretare lucidamente una società estinta, quale quella bizantina. Nicola Bergamo, dottorando presso l’EHESS di Parigi, racconta in questo libro la vita di un’imperatrice, Santa e madre figlicida.
Link
Dicono del libro:
  1. Intervista e recensione al libro da parte di Talento della Storia
    http://www.talentonellastoria.com/talento_nella_storia_bergamo_nicola.html
  2. Video della presentazione presso l’Urban Center di Milano in collaborazione con l’Associazione Italia Medievale.
    https://www.youtube.com/watch?v=cc9wYYfUiIQ
  3. Intervista “fuori dal coro” da parte di Raffaele Alberto Ventua su DudeMag
    http://www.dudemag.it/letteratura/imperator-furiosa/

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